E Ora Parliamo di Kevin – recensione

E ora parliamo di Kevin (We Need to Talk about Kevin) di Lynne Ramsay, con Tilda Swinton, John C. Reilly, Ezra Miller.   Gran Bretagna 2011

di Emanuele D’Aniello

Rosso, il colore rosso. Rosso ovunque, rosso comunque. Tutto è intriso di rosso. Rossa la scena iniziale, nel festival spagnolo di La Tomatina. Rossa la vernice con cui sono imbrattate la macchina e le mura di casa. Rosso l’abbigliamento. Rossi i bersagli che diverranno incubi. Rosso è soprattutto il colore che fa venire in mente una sola cosa, e quando per un film il rosso è continuamente proposto, sai che nulla andrà bene. Non si è mai visto così tanto rosso.

Parliamo di Kevin, dice il titolo, ma paradossalmente nel film i due genitori non parlano MAI di Kevin, non si tocca mai quell’argomento, non si discute mai dei suoi evidenti problemi comunicativi/affettivi. Eppure di problemi ce ne sono tanti, quando un ragazzo apparentemente normale decide senza motivo di fare una strage nella sua scuola, e come se non bastasse di uccidere il padre e la sorella minore. Perchè lo ha fatto? Il perchè lo cerca ancora la madre, costretta a convivere con questo dolore. Una madre, Eva, che non ha mai voluto quella gravidanza, ma una volta portata a termine è stata poi del tutto incapace di donare qualsivoglia amore al figlio, e allo stesso tempo incapace di rispondere ai disturbi sempre più forti del piccolo Kevin. Un padre invece buono e gentile, una brava persona, ma talmente buono da diventare inetto, così comprensivo da diventare debole. Eva cerca nel presente un perchè, non sapendo se ricercarlo solo nei disturbi di Kevin, o se quei disturbi sono stati causati da un’infanzia infelice. Non lo saprà mai, noi non lo sapremo mai, non lo saprà mai nessuno, ma lei dovrà convivere per sempre con questo dolore.

Ma cosa fa passare il film qualitativamente al livello successivo? Perchè finora quanto descritto è sicuramente una curata analisi psicologica, ma si potrebbe trovare in qualsiasi melodramma classico, e di film con questa tematica ne abbiamo visti tanti nel passato. La risposta è in due punti: nella figura di Kevin e nella messa in scena visiva. Se ci pensiamo bene, una trama simile sarebbe ideale per un film horror, col piccolo bambino posseduto da un’entità demoniaca. E se stiamo attenti, E Ora Parliamo di Kevin è un horror: un horror domestico, un horror psicologico, chiamatelo come volete, ma è pur sempre un horror, perchè mette in scena l’orrore, quello vero. Quello che lo rende più agghiacciante è il fatto che Kevin non è posseduto da nessun essere malvagio, è semplicemente malvagio di suo, lo era da piccolo con quegli sguardi perfidi, lo è da adolescente col suo sorriso pieno di tracotante e diabolica sicurezza. Lynne Ramsay, una abilissima regista inglese che solo ora si affaccia alla ribalta internazionale, dipinge la storia in salsa horror e la mostra in modo del tutto originale per un film drammatico, con innovazioni visive e grande modernità: dal punto di vista narrativo, la storia è raccontata in frammenti senza ordine cronologico, con flashback e continui salti temporali avanti o indietro; dal punto di vista formale, la regia è di altissimo livello, la Ramsay crea un film che funziona per immagini, una più disturbante dell’altra, la fotografia accesissima crea un umore visivo travolgente e straziante, il montaggio studiatissimo va avanti con continue sterzate senza soluzione di continuità, l’uso intensissimo del sonoro e della musica (curata da Jonny Greenwood dei Radiohead) costruriscono un’atmosfera devastante, a tratti insostenibile. Una cura estetica che non diventa mai ridondante o pesante, perchè l’emotività della storia è talmente potente e destabilizzante da non perdere mai forza.

In realtà, un altro elemento gioca a favore di ciò, un elemento chiave che non fa mai abbassare la tensione o l’attenzione: Tilda Swinton. Non ci sono abbastanza aggettivi per definire l’intensissima prova dell’attrice inglese, che si conferma anno dopo anno, film dopo film, una delle migliori interpreti al mondo. Il suo volto scavato, i suoi grandi occhi, i lineamenti irregolari, l’espressività particolare del viso che la rende tenerissima e freddissima nello spazio di un attimo, la Swinton pare nata per intepretare questo ruolo. Scavare così a fondo in un personaggio è a tratti incredibile, la Swinton interiorizza talmente tanto il dolore di Eva che il suo vuoto e la sua disperazione finiscono per travolgere lo spettatore. Ad un certo punto, soprattutto nelle scene finali che sono davvero difficili da vedere e sopportare, non assistiamo più allo strazio di una madre, ma viviamo e percepiamo il suo strazio. Un dolore, come se non bastasse, anche enigmatico, perchè la ricerca di motivi per un così tragico avvenimento rimane confusa e senza certezze. Il film saggiamente non dà risposte perchè il dolore di una madre è inesplicabile, un gesto folle non ha ragioni giustificabili o sensate, e il rapporto tra una madre e un figlio non si può spiegare, figuriamoci un rapporto così particolare fatto di incomprensioni, errori, amore inespresso e addirittura odio. Un pugno nello stomaco che fa davvero male.

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