Paradiso Amaro (The Descendants) di Alexander Payne, con George Clooney, Shailene Woodley, Judy Greer, Robert Forster. USA 2011
di Emanuele D’Aniello
Alexander Payne è indubbiamente il miglior autore in attività di quel particolare genere che in inglese è definito dramedy, un termine da noi intraducibile che possiamo definire come commedia drammatica. Può sembrare un ossimoro linguistico, ma in realtà è la grande abilità di fondere con misura ed equilibrio i due generi maggiori per creare un mix in cui le emozioni trionfano. C’era riuscito magicamente con Sideways, il suo capolavoro, ma da quel film per 7 anni Payne ha preferito il silenzio cinematografico per vari motivi, anche personali: ma che dire, alla fine è valsa la pena aspettare così tanto.
Lo avevamo visto in Sideways, lo avevano visto ancora di più nel precedente A Proposito di Schmidt, la dote maggiore del regista è quella di rappresentare storie universali e uomini comuni non necessariamente buoni, ma anzi acidi, pieni di difetti, con cui non è facile simpatizzare, buttati in situazioni assurde quando sono più fragili e piegati dal dolore. Payne lo fa ancora una volta con Matt King, il suo nuovo protagonista interpretato splendidamente da George Clooney, un uomo che ha praticamente tutto, vive alle Hawaii ed è ricco di famiglia, ma è una persona scostante, con pochi amici, spesso lontano da moglie e figli: un giorno la moglie rimane in coma dopo un incidente in barca, e lui deve ricompattare la famiglia e prendere le responsabilià che ha sempre evitato, e proprio in quel momento scopre che la consorte, in realtà, lo tradisce da anni. Questo è il cinema di Payne, un gusto per la commedia spesso acida e più caustica che si fonde con un impianto drammatico classico, e non ha bisogno di effetti speciali o chissà quale intreccio narrativo complicato, la sua forza è nei personaggi e nelle storie così profondamente umane.
Il film ha anche livelli di lettura più complessi, che lo rendono una storia universale e al tempo stesso tipicamente americana. Si parla infatti di onorare il passato e preservare il futuro, perdonare ed essere perdonati, fare errori e lavorare per redimerli, essere sinceri ed onesti. E’ una storia tipicamente americana perchè si parla di società e corporazioni che vogliono comprare terreni che fondamentalmente rappresentano ricordi e cultura di generazioni, e della lotta che un uomo intraprende per evitare tutto questo. Ci mostra un melting pot di culture e razze in una zona che di americano ha pochissimo, eppure lo è nel profondo. Ma soprattutto, è una storia americana perchè al centro di tutto c’è un uomo che fa un percorso, cresce e migliora, e lo fa grazie all’unita della famiglia, ricostruendo e ricompattando la sua vita insieme a quelle delle figlie. Però, ed è un paradosso, nell’intraprendere questa strada Payne deraglia dai suoi binari tipici, e nella seconda parte il film guadagna emotività ma perde sincerità. Emerge purtroppo qualche difetto, come la fin troppo prevedibile risoluzione di alcuni punti della trama, la trasformazione della figlia maggiore del protagonista, che da figura problematica dell’inizio diventa alla fine improvvisamente matura, e la definitiva svolta drammatica e sentimentale del finale. Far pendere la bilancia a favore del sentimentalismo non è necessariamente un problema, ma fa perdere al film un ipotetico confronto con le precedenti opere del regista, che invece mantenevano fino alla fine un’irriverenza, un’ambiguità e una negatività di fondo sempre presente sullo sfondo.
Quello che riesce sicuramente meglio ad Alexander Payne, e così è sempre stato, è la direzione degli attori. George Clooney fornisce la miglior prova della carriera insieme a quella di Tra le Nuvole, anche se questa è del tutto opposta: lavora benissimo in sottrazione, si trasforma e comunica col solo sguardo un forte malessere interiore. Clooney ha anche la fortuna di essere circondato da un gruppo di caratteristi in assoluto stato di grazia, come ad esempio Robert Forster e Judy Greer, a cui bastano appena un paio di scena testa per lasciare un segno emotivo indelebile, e la giovane e bravissima Shailene Woodley, la cui grande dote è quella di recitare con estrema sicurezza, riuscendo a dare forza ad un personaggio molto complesso, soprattutto per una attrice non esperta come lei. Un gruppo di attori insomma in grande forma che riesce a tirar fuori il meglio l’uno dall’altro. Grossa mano arriva anche da un’ottima sceneggiatura e una delicata messa in scena, la cui trovata migliore è sicuramente quella di dipingere le Hawaii non come il paradiso che tutti immaginano e sognano, ma come una terra uggiosa, grigia, con meno sole di quanto si possa credere, in cui ovviamente gli abitanti hanno i normali problemi delle altre persone. Alexander Payne quindi si conferma un grande autore, ormai totalmente padrone delle proprie capacità, capace di creare storie profonde che parlano a tutti i tipi di spettatori senza distinzione, in grado di scavare in figure ordinarie ma universali, rendendole interessanti e toccanti. Forse, davvero ogni storia umana vale la pena di essere raccontata, e questo Payne lo sa.



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