Young Adult di Jason Reitman, con Charlize Theron, Patton Oswalt, Patrick Wilson. USA 2011
di Emanuele D’Aniello
Che fine fanno le ex reginette del liceo una volta diventate adulte? Sono ancora antipatiche e arroganti come lo erano da ragazzine? La tagline del film ci dà subito una risposta netta e inequivocabile: “tutti invecchiano, ma non tutti crescono”. Jason Reitman prosegue nel suo invidiabile curriculum di grande autore indipendente adattando per la seconda volta una sceneggiatura di Diablo Cody, una coppia ormai collaudata dopo il successo di Juno. Il risultato è una commedia nera, amara, acida, che a prescindere dall’agettivo scelto, sotto l’apparente patina divertente, è uno dei ritratti esistenziali più agghiaccianti degli ultimi anni nel cinema americano.
La protagonista è Mavis Gary, ex reginetta del liceo, che dopo gli studi ha lasciato la città di provincia in cui è cresciuta per trasferirsi a Minneapolis e diventare scrittrice di romanzi commerciali per adolescenti, i classici libri che finiscono nel cestone degli autogrill. Ad interpretarla è una stratosferica Charlize Theron, indubbiamente alla miglior prova da anni a questa parte, in grado di donare al personaggio tutti quegli atteggiamenti che la rendono, nel gergo americano, la tipica “evil queen bitch”. Mavis, ormai ad un punto morto nella vita personale e nella carriera, decide di tornare nella cittadina in cui è cresciuta per conquistare la ex fiamma giovanile al liceo, senza calcolare che lui è ora felicemente sposato e con un bambino appena nato. Il film è totalmente incentrato sulla sua protagonista, e Charlize Theron regge tutto sulle sue spalle: la sua Mavis è un personaggio tutto sommato negativo ma comunque enormemente complesso, irrisolto, pieno di buchi neri e infelicità, egocentrico, che continuamente rifugge dalle responsabilità e dalla vita vera. Saggiamente il film non la giudica o condanna, ma mostrandola per come è, senza giustificazioni o scappatoie buoniste, ottiene risultati molto più efficaci: una cattiva ragazza, una adolescente troppo cresciuta, un personaggio che ci piace meno alla fine del film di quanto non ci piacesse addirittura all’inizio, rimanendo uguale per tutti i 95 minuti del film, incapace di imparare dai propri errori. E’ anche giusto, ma soprattutto coraggioso, che qualcuno al giorno d’oggi abbia l’intenzione di mostrare al cinema anche questi personaggi negativi, perchè dopotutto esistono (specie in determinate realtà della provincia) e sarebbe inutile nascondere la testa sotto la sabbia. Certo, il film cerca di gettare una piccola ancora di salvezza al personaggio, cioè un problema di alcolismo evidente per tutta la storia e che la stessa Mavis ad un certo punto ammette, altrimenti taluni atteggiamenti risulterebbero davvero troppo folli ed esagerati. Un apporto fondamentale è inoltre quello del personaggio interpretato da Patton Oswalt, perchè in un simile contesto il pubblico ha un disperato bisogno di qualcuno con cui simpatizzare, e il suo personaggio è esattamente questo: simpatico, tenero, arguto, con una storia triste alle spalle, soprattutto umano, chiunque può identificarsi in lui. La chimica recitativa tra la Theron e Oswalt è clamorosa, così come funzione il rapporto tra i due personaggi, culminando nel finale più intelligente, spietato e adatto per questo film.
Jason Reitman alla regia e Diablo Cody alla sceneggiatura continuano ad avere due filosofie cinematografiche attigue, che si sposano alla perfezione: il primo col suo costante ritratto umano di adulti imperfetti, incompleti, cinici e tristi (Thank You for Smoking e Tra le Nuvole gli esempi più calzanti), la seconda con un lavoro di analisi e distruzione dell’adolescenza, usando sempre il liceo come metaforico microcosmo in cui nasce e si forma la società americana (con ottimi risultati in Juno, con scarsa efficacia in Il Corpo di Jennifer). Nonostante questo, qualche stonatura si nota: le sceneggiature della Cody, e soprattutto i suoi personaggi, hanno sempre l’aria di essere troppo studiare, troppo costruite, figlie di uno sforzo non necessario per risultare “cool” a tutti i costi; Reitman invece risulta ancora più freddo e distaccato del solito, come se della sua protagonista non gli interessasse poi molto (e non è la prima volta, forse solo con i personaggi di Juno si percepiva una maggiore sincerità ed emotività), un distacco presente anche in alcune scelte stilistiche come la fotografia e la scelta dei colori per costumi e ambienti. Ciè non toglie o nasconde i meriti di un film notevole, una storia mai consolatoria e dai chiari risvolti sociologici, l’ennesima conferma, e ormai al quarto film ampiamente riuscito possiamo dirlo senza problemi, di Jason Reitman come uno dei registi di punta della nuova generazione del cinema americano.


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