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John Carter di Andrew Stanton, con Taylor Kitsch, Lynn Collins, Willem Dafoe, Dominic West, Mark Strong, Ciaran Hinds.  USA 2012

di Emanuele D’Aniello

Ormai negli ultimi giorni di John Carter se ne parla solo per quanto riguardi i deludenti incassi piuttosto che per i meriti o demeriti della pellicola. Flop annunciato da mesi, non è più un mistero che la Disney abbia speso per questo film la folle somma di 250 milioni di dollari (senza contare la promozione) e probabilmente in America non supererà i 100 milioni di incasso, tanto da far annunciare ai produttori nelle ultime ore che la compagnia ha perso 200 milioni a causa del film. Come detto, con simili premesse era più prevedibile un flop che un successo, ma questo disastro è da imputare alla produzione o all’effettiva qualità del film?

Tanto per iniziare, il progetto è di difficile promozione: adattamento del primo romanzo di una serie di fantascienza scritta all’inizio del novecento da Edgar Rice Burroughs (celebre soprattutto come autore di Tarzan), in pochi, anzi pochissimi conoscono la storia, il protagonista e il suo stesso autore al di fuori dei confini americani. Poi come detto l’esagerato aumento del budget, uno dei più alti nell’intera storia del cinema, e non certo speso per un film atteso da milioni di spettatori. Come se non bastasse, va considerato anche il genere ibrido che viene proposto, un cross-over impuro tra fantascienza, fantasy e western, che già la scorsa estate con tonfo colossale di Cowboys & Aliens ha dimostrato di non essere proprio appetibile. E infine, anche l’inesperienza del regista, quell’Andrew Stanton qui al debutto in un film live action dopo la fortunatissima esperienza alla Pixar (ha prodotto e co-sceneggiato quasi tutti i film dello scorso decennio, dirigendo personalmente i capolavori Alla Ricerca di Nemo e Wall-E). Proprio al regista vanno imputati i principali meriti e demeriti.

Il film è un fantasy d’avventura reso a tutti gli effetti un classico racconto Disney: l’eroe della storia salva principessa e l’aiuta a liberare il suo popolo, per poi sposarsi, regnare insieme e vivere per sempre felici e contenti. Le digressioni sono limitate allo stretto necessario, l’azione è coinvolgente, la psicologia di ogni personaggio è curata e tutti sono interessanti (chiara lezione Pixar) dai protagonisti alle comparse, inoltre Stanton giustamente pone il mito dell’esplorazione come elemento chiave di contatto tra i generi western e sci-fi, e costruisce oltre alla storia d’amore una tematica centrale forte, l’americanissima seconda possibilità: John Carter è un soldato sudista che ha perso una guerra e una moglie, e ora su Marte ha un’altra chance per vincere una nuova guerra e creare un futuro felice con una nuova moglie. Ma quando devi giustificare un simile budget, costruire un nuovo franchise, creare una nuova icona per milioni di spettatore, ci vuole quel salto di qualità che qui, purtroppo, non arriva mai. La trama e la struttura del film così semplice finiscono per essere un limite, dando l’impressione alla storia di essere una versione accorciata di un racconto molto più lungo e approfondito, perdendo inoltre in confronto con numerosissime opere di fantascienza degli ultimi anni molto più complesse, intelligenti e ricolme di significati. Persino visivamente il film paga dazio rispetto alle opere precedenti, non avendo mai il fascino di Avatar o la potenza di Guerre Stellari (ed è un paradosso tutto cinematografico, considerando che questi film e i loro registi, come tantissimi altri, sono stati ispirati e influenzati proprio dalle pagine scritte di John Carter di Burroughs), tanto che alla fine le scene migliori del film risultano essere il prologo e l’epilogo, cioè gli unici momenti ambientati sulla Terra. Solito problema è poi la performance capture, che per quanto intrigante e sempre più moderna, sempre più in grado di catturare le espressioni degli attori, non riesce ancora pienamente a scaldare il cuore degli spettatori, non risulta credbili, e gli alieni Thark rimangono costantemente un ibrido di difficile lettura.

Il pubblico ha bocciato John Carter ancor prima di dargli una vera chance, ed è comunque difficile valutare il film per quello che è senza considerare quello che avrebbe potuto essere. Di sicuro, la lezione che esce fuori da una simile esperienza, e che dovrebbero recepire la Disney e Stanton prima di lanciare accuse a vicenda per giustificare il flop, è che fare un film in live action è completamente diverso rispetto a fare un film d’animazione, le regole di un prodotto non si applicano all’altro, e viceversa. Ed è un peccato non averlo capito prima, perchè la storia di John Carter e i racconti di Burroughs avrebbero meritato al cinema, l’unico mezzo in grado di esprimere degnamente la magia di quelle pagine, ben altra fortuna.

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