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Il Grande Gatsby di Baz Luhrmann, con Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan, Tobey Maguire, Joel Edgerton, Elizabeth Debicki, Isla Fisher, Jason Clarke, Amitabh Bachchan.  USA/Australia 2013

di Emanuele D’Aniello

Inizialmente, la domanda era soltanto un dubbio più che lecito. Ora, la domanda si è fatta certezza e quindi risposta: evidentemente, riportare sul grande schermo lo spirito delle pagine di Francis Scott Fitzgerald è impossibile. Non è la prima volta che il cinema prova ad adattare Il Grande Gatsby, per tanti motivi uno dei romanzi americani più importanti nella storia di quel paese: la versione finora più famosa è quella del 1974, con Robert Redford protagonista, un film deludente che peccava di piattezza ed eccessiva aderenza al materiale di partenza. Ora la nuova versione di Baz Luhrmann compie l’opposto di quegli errori, ma si perde ancora. Ma è così difficile trovare una via di mezzo?

Che poi giudicare un film basandosi sul libro (a maggior ragione quando chi scrive ha letto e amato il romanzo in questione) è sempre un errore per la critica cinematografica, soprattutto un’ingiustizia nei confronti del cineasta, considerando che i medium sono ovviamente diversi. Noi vediamo il film, e quello dobbiamo giudicare. Il punto è che anche come film completamente autonomo, questa versione di Luhrmann, pur godibile e divertente a tratti, non compie mai il salto di qualità, e anzi quando potrebbe farlo goffamente si ripiega nei propri inutili eccessi, ricchi di stili e privi di sostanza. Credo sia abbastanza chiaro, non amo il cinema di Luhrmann ed i suoi film precedenti, ma nonostante la mia opinione le aspettative sul film erano anche alquanto alte, per questo capitemi, quando ritrovo ancora tutti i difetti soliti del regista accentuati al limite del parossismo, su una storia dall’anima completamente diversa, il colpo al cuore è stato per me particolarmente forte.

Dobbiamo solo decidere, a questo punto, se la più grande colpa di Luhrmann sia quella visiva o tematica. Visivamente, il film è un puro esercizio di stile, con un 3D assolutamente inutile ai fini della narrazione, con alcune scelte più che discutibili (le parole scritte che si sovrappongono sull’immagine è un trucco infantile e brutto), un uso eccessivo degli effetti speciali, ed un montaggio che spesso fa perdere la concentrazione nelle scene di dialogo. Aggiungiamo poi la musica anacronistica, i suoni, i costumi pomposi, le scenografie gigantesche, insomma tutti i tratti distintivi del regista australiano, e moltiplichiamoli. In parole povere, la prima mezz’ora del film (prima dell’arrivo di Gatsby) in cui tutto questo è presente all’inverosimile, è davvero atroce. Con l’ingresso in scena di Jay Gatsby (e qui va dato finalmente e giustamente merito al regista, perchè l’introduzione di DiCaprio è davvero magnifica, roba da copertina per l’ipotetica clip dell’attore a fine carriera) i manierismi si abbassano leggermente e si entra nel cuore del film. Tematicamente però, i difetti aumentano. In pratica il regista elimina tutto il contesto di critica sociale dell’America degli anni ’20 per raccontare solo una storia d’amore. Ed è un errore madornale che si riflette su tutto il resto della pellicola, perchè la storia d’amore tra Gatsby e Daisy è nel romanzo intenzionalmente banale, stupida, frivola, leggera, irrazionale. Non ci sentiamo come spettatori spinti e trascinati da questa storia, a maggior ragione col personaggio di Daisy che è volutamente infantile, superficiale, mai veramente innamorata. Luhrmann non pone dei correttivi, anzi con un paio di dettagli che cambia dal romanzo (soprattutto uno molto significativo nel finale, che non sveliamo) banalizza ancora di più il tutto.

Qualcosa però la salviamo, come detto in partenza. Il film è indubbiamente godibile, soprattutto per chi non ha mai il letto il romanzo, la forza della storia è intatta ed è quella che tiene a galla tutto. Leonardo DiCaprio pare essere nato per interpretare Gatsby, è assolutamente credibile e perfetto nel creare un personaggio enigmatico ed intenso, che parla molto di più con lo sguardo e nei silenzi, dopotutto il grande pregio dell’attore è quello di tirare fuori sempre una intensità che proviene da un tumulto interiore. Del resto del cast salviamo però solo la debuttante Elizabeth Debicki, affascinante e carica di energia nel dare vita alla sua Jordan. Gli altri? Frenata la prova di Joel Edgerton, sprecata la presenza di Isla Fisher e Jason Clarke (introdotti brevemente all’inizio e poi riproposti solo nel terzo atto), purtroppo deludente la radiosa Carey Mulligan che può fare molto poco con un personaggio scritto in maniera monodimensionale (a differenza della Daisy del romanzo, che invece dalla propria superficialità costruiva un carattere interessante), inutile Tobey Maguire, che per fortuna strabuzza gli occhi meno del solito, ma si conferma un interprete mediocre per di più con un personaggio quasi deleterio, un narratore del tutto passivo privo di slancio morale (e qualcuno deve spiegarmi la scelta di rinchiuderlo in un istituto per farli narrare la storia).

Viene da chiedersi se tutto questo era davvero necessario. Queste scelte, tematiche ma soprattutto di stile e visive, possono andar bene per Moulin Rouge! che è un grande musical retto fortemente dalla caleidoscopica messa in scena. Applicare la medesima ricetta a Il Grande Gatsby, che fondamentalmente è una vera e propria tragedia, il racconto di un’epoca fatta di bugie e superficialità, il fallimento di un paese (incarnato metaforicamente da Gatsby) alla vigilia della grande depressione, è un errore folle, che poi finisce, paradossalmente, per abbracciare proprio quello che Fitzgerald criticava.

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