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Il Ragazzo Invisibile di Gabriele Salvatores, con Ludovico Girardello, Valeria Golino, Fabrizio Bentivoglio, Christo Jivkov, Noa Zatta, Ksenia Rappoport   Italia 2014

di Emanuele D’Aniello

L’idea di un cinefumetto in salsa italiana, inutile negarlo, ha ottenuto le reazioni più contrastate: eccitazione, curiosità, terrore, tristezza. Dopotutto, tra tutti i generi cinematografici, forse proprio il cinefumetto è il più lontano dalla sensibilità del nostro cinema, ma restare indifferenti alla moda del momento è quasi impossibile. Il Ragazzo Invisibile, che ha avuto un battage pubblicitario mostruoso per gli standard dei film italiani “non comici”, alla fine non è nulla di ciò che si poteva pensare all’inizio: non è un cinefumetto classico, non è un film più serio o introspettivo, non è un film di genere, ma un prodotto inserito nei canoni del cinema per i ragazzi.

Togliamo però ogni dubbio fin dall’inizio: Il Ragazzo Invisibile non è un film riuscito. Il problema è indubbiamente l’impostazione iniziale, la scelta di un soggetto assolutamente non nelle nostre corde. Gabriele Salvatores è un buon regista, ma si capisce fin dall’inizio del film come non abbia mai voluto mettersi dietro la macchina da presa per fare un film all’americana – e sia chiaro, ha fatto bene, sarebbe uscito distrutto da qualsiasi paragone con i filmoni Marvel o DC se si fosse messo in quel campo – ma per girare una storia rivolta esclusivamente ai ragazzi di 10-12 anni, quindi tenendo fuori pure agli adolescenti. Per descrivere il film con un paradosso, possiamo dire che Salvatores e i suoi tre sceneggiatori hanno girato col massimo impegno una storia che per loro non ha nulla di serio. Lo dimostra la semplicità di molteplici passaggi narrativi, la mancanza totale di approfondimento psicologico dei protagonisti, i clichè abbondanti, un paio di personaggi imbarazzanti e le numerose cadute di stile.

Il film dal punto di vista della storia sicuramente regge – ci sono le origini dei poteri, i problemi del ragazzo sia a casa sia a scuola, i cattivi – ma rimane in piedi solo perché le storie di supereroi sono ormai consolidate e vanno avanti col pilota automatico. La messa in scena invece è piuttosto sciatta e superficiale, e la volontà di indirizzare il film ai bambini è sbagliata fin dal principio. Possibile che un autore navigato come Salvatores non abbia colto le potenzialità di un film simile? Non possiamo immaginare che sia ingenuità, uno come Salvatores non può pensare che questi film incassino all’estero solo grazie ai ragazzini, ma allora non può che essere snobismo. Duole dirlo, ma Salvatores e il suo team di sceneggiatori sono gli ennesimi a pensare che le storie di supereroi piacciono solo ai bambini. Dopotutto pensare che basti fare un frullatore di citazioni per attirare i fans dei fumetti – e ci sono tutti, da Spider-Man a Batman, da Superman agli X-Men, pure la serie tv Heroes – è pretenzioso, e pensare che per parlare di ragazzi basti come unico tema la metafore dell’invisibilità nell’età in cui si vorrebbe sparire è altrettanto folle.

Ad essere però onesti, dobbiamo ammettere che realizzare un buon film era davvero complicato. Quale approccio usare? Un film d’azione, come detto, avrebbe perso ogni confronto e sarebbe divenuto risibile; un film effettivamente parodistico sarebbe stato ridicolo oltre ogni modo; un film troppo drammatico sarebbe stato fuori luogo. Ma indubbiamente si poteva fare di più, quantomeno attenersi al film di genere: dove è lo shock negativo e la meraviglia positiva dell’acquisizione dei poteri? Dove la crescita interiore se i problemi adolescenziali sono sostituiti immediatamente dal duello contro i cattivi? Perché non è mai sfruttata a dovere l’affascinante e molto cupa location triestina? Il Ragazzo Invisibile è sicuramente una grandissima occasione persa, non tanto quella di creare anche da noi il cinefumetto, quanto quella di poter tornare alla grande tradizione italiana del cinema di genere. Sarà per la prossima volta, se ci sarà.

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