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Big Hero Six di Don Hall, Chris Williams    USA 2014

di Emanuele D’Aniello

C’è qualcuno che ancora non vede il genere dei supereroi come il movimento cinematografico simbolico di questo decennio? Ogni periodo storico ha il proprio genere cinematografico imperante, e i detrattori dei cine-fumetti devono mettersi l’anima in pace. Anche il classico Disney, un genere a se stante amatissimo e imperituro, cede al mondo dei supereroi. Dopotutto fin dal giorno in cui la Disney ha acquistato i Marvel Studios era lecito aspettarsi un film insieme, e quel momento è arrivato. Big Hero Six soddisfa le aspettative dei fans delle due compagnie? Come ovvio che sia, non è facile dare una risposta secca.

Il film evita innanzitutto il rischio più forte, quello dell’ibrido tra le dinamiche delle due case, e riesce bene a coagulare il sentimentalismo della Disney all’azione della Marvel. Quindi ha i punti forti che qualsiasi film vorrebbe avere: appassiona e diverte. Mica male. Poi certo, siamo sempre in presenza di classico Disney da canone ufficiale, quindi avere aspettative alte è assolutamente comprensibile. Ma per giudicare il film dobbiamo allontanarci dal paragone con Frozen – che dopo il successo clamoroso dello scorso anno è già diventato un effettivo standard di qualità – perchè siamo distanti anni luce. La nuova Disney ha sicuramente un merito, quello di non ripetersi.

Passiamo da due sorelle in Frozen alla storia di due fratelli in Big Hero Six, ma questo è l’unico filo conduttore tra i due film. John Lasseter, il fondatore della Pixar chiamato da qualche anno a rifondare la creatività di un marchio inaffondabile come la Disney, ha le proprie influenze non nella fiaba classica ma nella tradizionale animazione giapponese, e i richiami sono ora molto evidenti. Big Hero Six ci presenta una ipotetica metropoli del futuro, in cui i nomi dei personaggi sono tutti orientali e le prime somiglianze rimandano al mondo dei robot giapponesi con cui molti spettatori non più giovanissimi sono cresciuti. Aggiungiamoci anche un cattivo con una maschera del teatro kabuki, una citazione ben più colta, e il gioco è fatto. Dalla scuola giapponese il film prende spunto anche per il tema di fondo, ovvero l’affermazione della creatività. I due fratelli del film non sono legati solo dal semplice istinto familiare oppure dal un banale sentimento, ma sono uniti dalla spinta a realizzare qualcosa di importante: i due sfidano le convenzioni per affermare il proprio talento e rendere utile la dilagante tecnologia moderna. L’elaborazione del lutto, che nei film d’animazione bisogna dire è quasi diventato un clichè, non è nel film fine a se stessa, ma utile a scoprire le proprie potenzialità creative.

Certo, poi ci sono gli aspetti Marvel, e sembra quasi scontato dirlo, ma sono i momenti al tempo stesso avvincenti ma più banali. Se non fosse per la relazione centrale, il film è davvero privo di sviluppi interessanti, dal villain banale agli inutili personaggi di contorno. Il film sembra spesso bloccarsi, fin troppo preoccupato a creare il team di ragazzi supereroi che non ad impostare con coerenza lo sviluppo narrativo. Così abbiamo il gruppo di eroi, che non può non richiamare alla mente la formazione degli Avengers. Ma l’influsso Marvel si sente anche nell’impostazione generale: se Frozen lo scorso anno era un film femminile, quest’anno il film è totalmente maschile, anzi, quasi dedicato interamente interamente ad un pubblico di giovani “geek” che ormai non sono più una piccola schiera ma, con l’esplosione della tecnologia e dei cine-fumetti, sempre più la grande fetta di pubblico che fa la fortuna di certi blockbuster.

Disney e Marvel però si trovano sicuramente d’accordo su un elemento: quello commerciale. Le due case nel marketing non hanno mai sbagliato un colpo, e anche ora l’eccezione è da escludere. Il pupazzone Baymax, mix tra peluche e omino Michelin, nella sua inespressività è assolutamente irresistibile, un contenitore di ingenuità semplicità, buoni sentimenti, l’esatto opposto dei tipici robot. E’ facilmente l’idolo dei più piccoli, e senza dubbio è un totale colpo di fortuna per il marketing, con i suoi giocattoli che andranno a ruba per anni e anni. Big Hero Six è quindi questo, un prodotto commerciale nel senso letterale, un veicolo opportunistico per aprire un nuovo franchise cinematografico? Anche, è impossibile negarlo. Ma non perde mai di vista il messaggio disneyano, e questa è la cosa più importante.

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