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Lo Hobbit: la battaglia delle cinque armate di Peter Jackson, con Martin Freeman, Ian McKellen, Luke Evans, Cate Blanchett, Evangeline Lilly, Lee Pace, Benedict Cumberbatch, Orlando Bloom, Richard Armitage   Nuova Zelanda 2014

di Emanuele D’Aniello

Siamo giunti a ritmo spedito al capitolo finale di questa trilogia, Lo Hobbit: la Battaglia delle cinque armate. E, se ci fate caso, nessuno è veramente dispiaciuto. Sembra incredibile, ma nel giro di appena tre anni tutto l’entusiasmo per il ritorno nei luoghi della Terra di Mezzo ha lasciato il passo alla noia e alla ripetizione. Un sentimento collettivo, vedendo come sono scemati gli incassi (sempre comunque molto alti, per carità) e soprattutto il giudizio critico e del pubblico in generale. Questo terzo film, seppur il più breve di tutti i film tratti dall’opera tolkeniana, conferma quello che ormai da tempo non è più un sospetto: questa storia non doveva essere una trilogia.

Prendiamo il prologo, l’assalto di Smaug a PonteLagoLungo. Bello, tesso, spettacolare, tutto quello che volete, ma dannatamente fuori posto. In pratica noi abbiamo assistito a due film in cui Smaug è dipinto come una minaccia incredibile, e una volta visto abbiamo capito che è un villain effettivamente affascinante. Dal termine del secondo film abbiamo convissuto con l’atteso del suo attacco…..e il film risolve la faccenda in nemmeno 10 minuti. E’ chiarissimo che questa sequenza avrebbe avuto motivo di esistere come finale del precedente film, o quantomeno a metà di un capitolo più corposo. No, Peter Jackson purtroppo ha deciso anni fa di dover creare una trilogia da un libro di 100 pagine, così dobbiamo vedere un film finale dedicato INTERAMENTE ad una battaglia. Una battaglia lunghissima e comunque piatta nella sua descrizione, piena di zeppa di personaggi a cui non viene dato tempo e modo per costruirsi, non dando così mai al pubblico un motivo per investire in loro (perchè io improvvisamente dovrei preoccuparmi delle sorti del cugino di Thorin?), piena di confusione e ovviamente priva di una conclusione chiara.

Nei precedenti film, data la lunghezza, abbiamo sempre pensato che Peter Jackson avesse bisogno di un buon esperto in montaggio. Ora invece abbiamo la certezza che Jackson abbia anche e soprattutto bisogno di un vero sceneggiatore, il più possibile distaccato dall’opera originale. L’approfondimento dei personaggi, quelle poche volte che c’è, è più semplicistico che non si può, l’evoluzione di un protagonista come Thorin è fin troppo banale e maldestramente didascalica, alcuni dialoghi fanno cadere le braccia. E parliamo poi del “presunto” protagonista: dopo tre film abbiamo finalmente un quadro completo di Bilbo Baggins, e possiamo dire senza dubbio che il suo personaggio, per una serie chiamata Lo Hobbit, è assolutamente secondario. Quale è stato il vero apporto dato da Bilbo agli eventi narrati? Anche come minutaggio, se in questo terzo film non ci fosse stato nessuno se ne sarebbe accorto. Ed è un peccato che un bravissimo attore come Martin Freeman, al primo ruolo importante in un franchise famosissimo, abbia avuto così poco da fare e da far vedere.

Probabilmente molti, moltissimi fans avranno comunque apprezzato anche questa trilogia, ma se, esattamente come nel precedente film, le parti migliori sono ancora quelle che richiamano e rimandano alla trilogia di Il Signore degli Anelli, il problema esiste e rimane, e cioè questa nuova trilogia non ha lasciato il segno. Anzi, la continua ripetizione alla lunga annoia. Auguriamo a Peter Jackson, uno che di talento per fare grandi film ne ha in abbondanza, di prendere una lunga vacanza dai romanzi fantasy.

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