In Trance (Trance) di Danny Boyle, con James McAvoy, Rosario Dawson, Vincent Cassell. Gran Bretagna 2013
di Emanuele D’Aniello
Danny Boyle non girava un film nella sua natia Gran Bretagna da ben 9 anni, non certo poco per un autore la cui poetica nasce pienamente nel sottobosco urbano e sociale di una precisa cinematografia, influenzati dai tantissima “british crime movies” di fine anni ’90. Nel mezzo, tante nazioni raccontate, tanti Oscar e premi vari vinti, addirittura la regia della cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Londra. Lungo questo percorso, lontano da casa e dal suo cinema, sembra quasi che il vero Boyle si sia perso per strada, trasformandosi in un autore che ha ancora nelle vene quel cinema, ma non sa più come metabolizzarlo e portarlo sul grande schermo.
Eppure, In Trance inizia benissimo. Il prologo è avvincente, affascinante, narrato con stile elegante ma subito deciso, rapido, essenziale, cattura le attenzioni dello spettatore e ci introduce al resto del film con un bel colpo di scena ( il primo di una lunghissima serie). In Trance non è, come potrebbe sembrare all’inizio, un thriller di rapine, o una storia criminale ambientata nel mondo delle aste di alta società (tranquilli, Tornatore non ha iniziato una nuova moda). Il film è piuttosto una storia che gioca sull’inconscio, sugli strati della memoria, un autentico puzzle per raccontare quella che alla fin fine è una vendetta, con al centro di tutto una donna, per la prima volta nell’universo cinematografico di Boyle. Il rammarico sulla non riuscita del film è quindi ancora più forte, perchè per una volta i riflettori sono per una donna che si dimostra più forte degli uomini, più combattiva, più tenace, usando non solo la seduzione ma anche e soprattutto la psicologia.
Gli echi e le influenze, sia narrative sia sceniche, di film come Inception eSe Mi Lasci ti Cancello, che giocano sull’inconscio e sulla rappresentazione figurata di esso, sono evidenti e molto forti. Ma a differenza dei film citati, in cui la componente fondamentale della sceneggiatura come una bussola guidava e dava ordine al caos, qui a mancare è proprio la sceneggiatura, che si rivela goffa, disordinata, vuota e incartata. Ed è davvero strano, considerando che lo sceneggiatore è Peter Hodge, che per il regista ha scritto quel capolavoro di Trainspotting. Il film finisce per incartarsi su stesso, rivelandosi privo di mordente e profondità, totalmente schiavo dei colpi di scena che si moltiplicano, nemmeno fossimo in un film di Shyamalan, e finiscono ovviamente per diventare fini a se stessi. I personaggi si azzerano, e la recitazione non aiuta: James McAvoy si lascia andare all’espressività più che alla profondità, Rosario Dawson si impegna pure ma non ha il talento e il carisma, Vincent Cassell sembra ormai diventato una macchietta con quella sua faccia stereotipata per forza da cattivo ragazzo. Certo, rimane la solida e fresca regia di Boyle, la sua visione originale delle inquadrature, il suo senso del ritmo, quel montaggio frenetico, la solita acuta scelta musicale, ma non trova mai il guizzo per decollare, diventando quindi un esercizio di stile.
Per fare una battuta, sappiamo che Boyle di “trip” se ne intende. Questo, semplicemente, è un trip venuto male.


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