La Frode (Arbitrage) di Nicholas Jarecki, con Richard Gere, Nate Parker, Tim Roth, Brit Marling, Susan Sarandon. USA 2012
di Emanuele D’Aniello
Nei mesi scorsi in diverse occasioni abbiamo avuto modo di elogiare la maniera, per così dire artigianale, con cui è stato confezionato Argo: un thriller vecchio stampo, che utilizza i classici strumenti purissimi di cinema (montaggio, scrittura, regia) per costruire la tensione, invece di servirsi di semplici mezzi scenici. Ora, col film La Frode non siamo naturalmente ai livelli della fortunata opera di Ben Affleck, soprattutto siamo in territori completamente diversi. Ma la continuità artistica è evidente, la voglia di costruire un thriller vecchio stampo senza sfruttare elementi abusati come musica onnipresente, inseguimenti o sparatorie, ma il semplice ed efficace uso di dialoghi, costruzioni delle scene ed interazioni tra i personaggi.
La frode è il punto di partenza. Non solo quella in puro senso economico, non ci troviamo di fronte l’ennesimo film sulla crisi economica. Il debuttante Nicholas Jarecki costruisce un efficace character study basato su un anti-eroe e sull’ambiguità del mondo circostante, in cui il personaggio sguazza prendendo a suo piacimento i ruoli di vittima e carnefice. Una doppia frode, che il protagonista deve affrontare per salvare la sua carriera (vendere il suo pacchetto azionario ad un’altra banca) e la sua vita (uscire indenne da un caso d’omicidio). Il protagonista è il non plus ultra dell’uomo del nuovo millennio, con le mani in pasta ovunque, disposto a tutto pur di tenersi a galla, con un senso morale particolare che deriva dal classico motto “il fine giustifica i mezzi”. Quello che c’è da chiedersi ora non è tanto lo spregiudicato uso dei mezzi, quanto la moralità anche del fine da raggiungere. E questo compone classica struttura da thriller vecchio stampo: non scomodiamo affatto il paragone, ma quantomeno l’ispirazione hitchcockiana di partenza è evidente. Il ribaltamento di quella prospettiva è però ora l’arma vincente: non ci troviamo di fronte l’uomo comune che prova disperatamente di dimostrare la propria innocenza, ma un uomo che prova disperatamente di falsificare la propria innocenza. E’ la famiglia ad essere messa in mezzo? E’ la fedeltà di un povero ragazzo dai sani principi ad essere compromessa? Non importa, perchè in questi tempi di squali tutti hanno un prezzo. Forse non ce ne rendiamo conto, ma sotto sotto assistiamo all’applicazione della teoria dell’evoluzionismo sociale, ad un film che racconta nemmeno troppo velatamente la sopravvivenza del più forte.
Certo, quel che luccica non è sempre oro. Jarecki vuole affondare le mani in troppe storie, dare risonanza a troppi personaggi che inevitabilmente spariscono all’ombra del protagonista, seguire due linee narrative con la stessa importanza. Al film avrebbe giovato concentrarsi solamente su una trama, solo sul lato della truffa economica o sul lato dell’indagine investigativa legata all’omicidio, con quest’ultima che, pur essendo metaforicamente legata all’altra, emotivamente prende di più lo spettatore ma risulta anche la più incline a banalizzarsi (nello svolgimento, nella risoluzione). Chi tiene legati i due filoni è indubbiamente Richard Gere, la cui performance è positivamente sorprendente. Conscio che ormai la bellezza della gioventù è passata ed i tempi da sex symbol appartengono al passato, Gere lascia da parte gli ammiccamenti, la leggerezza, la simpatia, per dipingere un personaggio credibile, interessante, spietato e seducente nella propria arrogante scaltrezza. Gere incarna perfettamente lo spirito del capitalista corrotto nell’animo, quel tipico protagonista di un sottogenere cinematografico esploso negli anni ’80 grazie a Gordon Gekko e cloni, rinato ed affinato negli ultimissimi tempi con la nuova crisi economica mondiale. Ingredienti che certo non creano da soli il capolavoro, ma aiutano a realizzare un film serio che coinvolge, turba e lascia qualcosa.


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