La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Isabella Ferrari, Roberto Herlizka, Pamela Villoresi, Galatea Ranzi. Italia 2013
di Emanuele D’Aniello
Mettiamo subito le cose in chiaro, cos’è e dov’è La Grande Bellezza? Per avere una risposta, basta guardarsi intorno: è tutto quello che potrebbe esserci ed in realtà non c’è. Non a caso, nel film si cita almeno un paio di volte l’intenzione del grande scrittore Gustave Falubert di voler scrivere un romanzo sul nulla (ci provò pure, ugualmente senza riuscirci, Truman Capote). Ora il nostro Paolo Sorrentino decide di girare un film sul niente della modernità che annienta le cose davvero belle della vita e del mondo: cosa c’è di più grande, complesso, ambizioso, smodato, pretenzioso, contraddittorio, affascinante?
Togliamoci immediatamente il dente, perchè questo paragone si sente da settimane, troppe volte in questi giorni e chissà quanto ancora in futuro: il film di Sorrentino davvero ricorda La Dolce Vita di Federico Fellini? Ad essere onesti, bisogna andare oltre il paragone, perchè La Grande Bellezza E’ La Dolce Vita, aggiornata naturalmente agli anni 2000. Da quel capolavoro Sorrentino ha inevitabilmente interiorizzato, come ha detto lui stesso, l’idea e la visione, ma l’ha declinata alla nostra epoca attuale, ha aggiunto le visioni più viscerali della città eterna prese dall’omonimo film fellinianoRoma (determinati scelte morfologiche degli attori sono evidenti) e ovviamente ha condito il tutto con la sua personalissima visione del tutto diversa. Perchè se all’epoca Fellini con La Dolce Vita, pur intuendo l’imminente cambiamento dei tempi con un finale bellissimo ed amarissimo, aveva una visione tutto sommato fiduciosa (dopotutto eravamo negli anni del boom economico), Sorrentino racchiude invece tutta la tristezza, la desolazione e la delusione dei nostri tempi. E la prima mossa per emanciparsi dal mito felliniano, e quindi in un certo senso da tutto il grandissimo cinema italiano del passato, è quella di cambiare del tutto la struttura, fregandosene letteralmente delle rigide regole di sceneggiature per girare un film senza coerenza narrativa o temporale, senza una trama, frammentato come un sogno, non lineare, fatto di strappi più che di episodi, di momenti geniali ed intuizioni spiazzanti. E riflettendoci un attimo, l’assenza di coerenza è il modo migliore per raccontare una città, anzi un mondo incoerente come Roma.
Roma, si, perchè la grandissima protagonista del film è la capitale italiana, un universo parallelo fondato sull’insuperabile contraddizione della grande bellezza della città e la grottesca bruttezza di colore che la abitano e vivono. Il direttore della fotografia Luca Bigazzi ci fa vedere e respirare magicamente Roma, una grande città che ormai nessuno si gode più, persa tra lo smog, la confusione del traffico e l’incessante frenesia dei propri abitanti, che torna a splendere solo di note o la mattina presto, quando è silenziosa, ipnotica, affascinante, e nessuna festa piena di “cafoni” la può sporcare. Forse mai prima d’ora un film aveva dipinto così bene Roma, scavando nel suo animo, nei suoi problemi, nel suo tribolato marasma, che diventa specchio di un intero paese e di un’intera società. Roma, l’Italia, i romani, gli italiani, il protagonista Jep Gambardella, hanno davvero mantenuto tutte le aspettative? La risposta non è difficile da immaginare, considerando la triste inquadrature della Costa Concordia naufragata, col relitto ancora presente in mare al largo della Costa del Giglio, a simboleggiare uno dei più recenti fallimenti italiani.
La Grande Bellezza è in tutto e per tutto un film sulle occasioni mancate da una città e da un paese. Jep Gambardella, arrivato al suo 65esimo compleanno, riflette sul passato, sulle occasioni passate e sprecate, sul perchè non ha mai proseguito una carriera letteraria che si regge su un unico successo di quaranta anni prima, sugli amori persi e le amicizie inutili. La cosa più incredibile è la presenza di una sincera risposta a tutto ciò: il protagonista ci ricorda che “la grande bellezza e la tragedia umana sono entrambe sedimentate sotto il chiacchiericcio”. Non è un concetto originale o rivoluzionario, ma è vero e reale, e questo fa più male. Tutto ciò che di bello esiste, ma paradossalmente anche di brutto purchè dotato di un senso profondo, finisce inevitabilmente sepolto sotto la superficie e la frivolezza dell’oggi, fatto di feste e personaggi che vogliono essere soltanto mondani, personaggi nulli che campano sul nulla (“E tu che lavoro fai?” “Io sono ricca!”), che pensano a come apparire ai funerali invece di capire il vero dolore altrui, che pensano a palleggiare invece di creare intimità con una donna, che buttano tanti soldi per il botox senza farlo sapere in giro, con cardinali che si interessano di cucina invece di spiritualità. Chiacchiere, noia, notte, tre elementi chiave che si ripetono per tutto il film. E’ un mondo fuori dal normale e al tempo stesso normalissimo quello che si vede, in cui le uniche due figure fuori da questa confusione collettiva sono una domestica filippina ed una giornalista affetta da nanismo, che Sorrentino dipinge quasi come due alieni, e soprattutto totalmente privo di giovani (l’unico pensa al suicidio invece che a vivere in questo nulla cosmico). E così nessuno, magari all’alba o in piena notte, ha il tempo per scorgere la bellezza di Roma, i suoi mille anfratti e gli angoli più nascosti, o il tempo per dire anche solo una parola quando a sorpresa sbuca dal nulla una figura celestiale come quella di Fanny Ardant.
Certo, esprimere tutti questi concetti non è facile, considerando poi che Sorrentino include davvero tutta la romanità ed ogni possibile sfumatura, dalla più gretta fino al tocco spirituale del pre-finale, mischiando il sacro e il profano. Il film finisce inevitabilmente per soffrire di alcune lungaggini, con alcuni momenti che risultano didascalici e altri addirittura pacchiani, alcuni episodi poco riusciti, discontinui. Ma il punto è proprio questo: come raccontare una città ed una società effimera e rozza, se non con gli stessi strumenti? Il film riesce a risultare più efficace proprio nei difetti e nelle imperfezioni, con le pennellate estemporanee, con le impressioni figlie dei sogni e della memoria, con le soluzioni creative ricca di potenza visiva, con le tante figure (si badi bene, volutamente caratteri e non personaggi a tutto tondo) che popolano il sottobosco romano, tutto bilanciato su eccessi grotteschi e vette di elevatissima commozione. Il film è opulento senza essere ridondante, barocco senza diventare eccessivo, surreale senza diventare irreale. Per superare questi difetti Sorrentino forse avrebbe bisogno di uno sceneggiatore che lo contenga (la collaborazione con Umberto Contarello alla scrittura fa invece l’effetto contrario), ma come regista qui è quasi al suo massimo: il film è ricco di carrelli, zoom dall’alto al basso, e tante invenzioni visive che lo confermano trai grandissimi registi europei. Una collaborazione che prosegue perfettamente è quella con Toni Servillo, qui davvero come mai prima d’ora alter ego del regista, una prova d’attore titanica fatta di grandissimo carisma e grande intensità interiore, costruita sui cambi d’espressione minimalisti e sui dettagli che toccano le corde dell’anima, abilissima nel ritrarre un personaggio triste che ha sepolto la propria infelicità nella pigrizia, nella vacuità, nella mondanità ad ogni costo.
Quanti Jep Gambardella esistono adesso a Roma, o in tutta Italia? E’ davvero possibile cercare “la grande bellezza” senza trovare al suo posto decadenza, ipocrisia, vacuità? Molto più che raccontare una città, un paese, una società, il vero ambiziosissimo progetto di Sorrentino è questo, farci sperare che la grande bellezza esista davvero, farci riscoprire che può essere nei vicoli di una città all’alba: se durante il film vi siete inteneriti nel sentire una coppia che dopo cena guarda un po’ di tv e poi va a letto presto, ed è felice, e se alla fine del film vi siete sentiti smossi dalla malinconia, rimanendo ammaliati dalle immagini del Tevere nei titoli di coda, allora la nuova ricerca della grande bellezza può finalmente iniziare.



Lascia un commento