La Pelle che Abito (La Piel Que Abito) di Pedro Almodovar, con Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes, Jan Cornet, Blanca Suarez. Spagna 2011
di Emanuele D’Aniello
Nell’ultimo decennio Pedro Almodovar è diventato uno degli autori più amati, rispettati e considerati dell’intero panorama cinematografico, non più solo europeo. Per questo ogni volta che esce un film di Almodovar (si badi bene, anche lui nel film si firma solo col cognome, come se ormai fosse diventato un marchio di garanzia lui stesso) assistiamo ad un evento. Ancora di più se, come in questo caso, il regista torna a lavorare dopo 20 anni con Antonio Banderas, che ha lanciato giovanissimo, e decide di girare il suo primo thriller. Pur presentando tutte le caratteristiche della sua personale poetica, il film è uno dei più audaci esperimenti degli ultimi anni.
Per prima cosa, anche a costo di confondere ancora di più chi già conosce poco del film, evito di ricordare la trama. Basta sapere che il protagonista è un chirurgo plastico che sta sperimentando una nuova tipologia di pelle molto resistente su una misteriosa paziente. E qui fermatevi, non fatevi dire più nulla prima della visione. Il film si svela da sé con meccanica precisione, mettendo prima in scena i personaggi e spiegando solo successivamente i loro segreti e loro storie. Così facendo, Almodovar gioca e coinvolge sempre di più gli spettatori, incastrandoli in una perfetta tela di misteri e intrighi, per poi scaricare una serie di colpi di scena a ripetizione. La sorpresa nel film è elemento essenziale, perché forse mai come ora Almodovar si è spinto così in avanti: è moderno, più controverso, più audace che mai. Quest’ultima è una dote mai mancata all’autore spagnolo, ma se un tempo l’audacia, sia nei suoi primi film sia nelle opere più mature, era un atto di anticonformismo, ora è un qualcosa di nuovo, avvolgente e totalizzante. Almodovar parla, col suo linguaggio così particolare, di paura, di identità, di crisi nei rapporti umani, di biogenetica, dell’invasione della chirurgia plastica nella società moderna. Tutti i personaggi principali del film sono personalità negative, ciniche, perverse, prive di dubbi o ripensamenti morali. Il personaggio di Banderas (e di riflesso Almodovar stesso) è un novello dottor Frankenstein in cui l’ambizione non è spinta solo dal prestigio personale e dal progresso scientifico, ma soprattutto dal desiderio personale di vendetta che sfocia nella perversione più cupa.
Passando dal noir al grottesco, dal thriller al melodramma, il film conserva comunque tutti i classici temi della filmografia di Almodovar. Una sessualità forte, quasi sempre mutevole e discutibile, che lotta contro l’identità e l’apparenza; un amore feroce per le trasgressioni, un gusto per la provocazione che si fa beffe di ogni bieca convenzione benpensante; forti individualità all’interno di una umanità depressa; figure materne che non sono mai passive nel loro amore, ma capaci di una forza interiore spaventosa. E ovviamente tra le più importanti caratteristiche del regista c’è da sempre quella di scegliere e dirigere grandi attori. Antonio Banderas torna a lavorare, dopo 20 anni e una nuova carriera a Hollywood, col suo padre cinematografico, e ritrovando il fuoco dei vecchi tempi firma una grande interpretazione, fredda, distaccata, misurata, contenuta nella propria perversione, per questo più agghiacciante di quanto si possa pensare. Banderas è sempre stato un buon attore, semplicemente le scelte dei ruoli e dei film negli ultimi anni hanno lasciato molto, ma molto a desiderare. Elena Anaya, con tutta la sua bellezza mediterranea e la sua carica di sensualità, è letteralmente corpo e anima del film, meravigliosa quando è chiamata a recitare solo con lo sguardo e con gli occhi.
Certo, il film presenta diversi difetti, molti dovuti alla voglia di strafare del regista. Almodovar è stato inizialmente un grande sceneggiatore, poi è diventato un autore completo e affermato, prendendo sempre più confidenza con la macchina da presa. Qui la ricerca dell’inquadratura e di uno stile visivo particolare è a tratti eccessiva, il suo gusto ultra-pop lascia spazio ad un kitsch ridondante. Soprattutto nella prima parte del film, la sua regia è addirittura manierista, sembra cerchi per la prima volta in carriera più la forma che la sostanza. Probabilmente però il più grande difetto è la freddezza dell’opera, un qualcosa di unico e incredibile nella filmografia del regista, da sempre figlia di calore umano e passioni travolgenti. Inoltre, non c’è mai un briciolo di ironia. Nella seconda parte del film, in particolar modo nel finale, l’impatto con il film è fortissimo, sconvolgente, in grado di lasciare frastornato lo spettatore, ma questo non è dovuto al contatto umano o all’emotività della storia (come in Volver o in Parla con Lei) quanto alla pura e semplice constatazione di quanto sia terribile quello appena visto. Empatizzare col personaggio di Elena Anaya è possibile, ma è un qualcosa che lo spettatore non vuol proprio fare.
Che sia un nuovo inizio per il regista spagnolo? Rimarrà un caso isolato o è il preludio ad una terza fase della sua carriera? Di sicuro il film è un qualcosa di completamente nuovo nella sua filmografia, lontano dalle opere trasgressive e di stampo sociale dei primi anni, lontanissimo dalle pellicole mature e intime dell’ultimo decennio. L’unica cosa certa è che Almodovar, per chi ancora avesse dubbi, è un autore a tutto tondo, in grado di girare qualunque tipo di storia, soprattutto capace di mantenere costante l’equilibrio di una sceneggiatura che, in mano ad altri, avrebbe rischiato seriamente di sconfinare nel facile horror oppure nel grottesco più comico. Non è uno dei suoi migliori film, ma forse solo tra diversi anni potrà essere valutato in tutta la sua complessità, attraverso nuove prospettive, e sicuramente merita più di una singola visione.



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