Lincoln – recensione

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Lincoln di Steven Spielberg, con Daniel Day-Lewis, Sally Field, Tommy Lee Jones, Joseph Gordon-Levitt, David Strathairn, Lee Pace, James Spader, Walton Goggings, John Hawkes, Hal Holbrook, Gloria Reuben, Jared Harris.   USA 2012

di Emanuele D’Aniello

Lincoln. Solo pronunciare questo nome in America mette nella gente una certa soggezione e al tempo stesso ammirazione. Abraham Lincoln è tuttora il presidente forse più amato, celebrato, ricordato e citato nella storia americana, specie negli ultimi anni l’attuale presidente Barack Obama lo ha preso come esempio in moltissimi suoi discorsi. Perchè Lincoln più che un presidente, più che un politico, addirittura più che un uomo, è stato una raccolta di ideali, un pensiero, un santo in vita. Con tutte queste premesse, capirete bene che realizzare un film su di lui rischiava altamente l’agiografia, soprattutto nelle mani di un regista come Steven Spielberg che, pur essendo uno dei più grandi di sempre, ha come noto difetto quello di cedere troppo e troppo spesso al sentimentalismo. Lincoln, il film questa volta, è tutto quello che rischiava di essere e fortunatamente non è.

Il primo grande merito di Speilberg è quello di aver concepito un biopic moderno, un film che si concentra sugli ultimi 4 mesi di vita del presidente e sulla battaglia per approvare il 13esimo emendamento, quello decisivo per abolire la schiavitù, invece di essere un tedioso racconto cronologico della vita del presidente. Concentrandosi su un solo avvenimento, il più famoso e quello per cui Lincoln è passato alla storia, vediamo la vera essenza del suo pensiero, i suoi ideali, la sua fermezza morale nel combattere per un cambiamento radicale, mentre il suo assassinio è tenuto off-screen o il celeberrimo discorso di Gettysburg è si ripreso, ma pronunciato dai soldati neri che quelle parole le hanno ascoltate e captate come un segno di speranza e libertà. Per essere precisi, nonostante il titolo e la figura del presidente sempre al centro dell’attenzione, il film in realtà è un biopic sulla politica, sui fondamenti della democrazia americana, sul dietro le quinte della formazioni delle leggi, sui suoi meccanismi ed i retroscena più sfiziosi. La bellissima e rigorosa sceneggiatura di Tony Kushner rende interessante ogni discorso, ogni parola (e nel film di parole ce ne sono davvero tante), ogni scena, anche i dialoghi più tecnici e didascalici, quindi più ostici al pubblico (figuriamoci quello italiano), perchè si percepisce la passione di quei personaggi e l’importanza di quei momenti. E’ un film che rimette al centro la politica, quella pura fatta di lunghe sedute in parlamento e grande abilità oratoria, piena di dignità anche quando ricorre ai machiavellismi a volte necessari. Tutto questo, come detto, senza eccessi retorici o melodrammatici, la paura più grande considerando che War Horse, l’ultimo film di Spielberg, era praticamente da tenere lontano dalla portata dei diabetici. Il film ci propone una visione smaliziata e per nulla moralistica della politica, dove c’è il necessario spazio per il compromesso, i sotterfugi, anche la corruzione quando il fine è più alto. Appunto un fine altissimo quello per abolire la schiavitù, che percepiamo proprio perchè Lincoln, ormai rieletto e al vertice della popolarità, non ha motivo nel seguire un provvedimento così controverso se non il puro idealismo, e perchè tutto viene concepito, discusso e realizzato da bianchi, senza che un solo uomo di colore prenda parte al processo legislativo. Questa sincerità e grande passione evita soprattutto al film di diventare una agiografia, evitando la mitizzazione del protagonista: Lincoln è si dipinto come un uomo altamente virtuoso, più giusto tra tutti, i difetti sono più mancanze che zone grigie, ma non diventa mai un santo grazie all’interpretazione di Daniel Day-Lewis che lo ancora fortemente al lato umano.

Si, Daniel Day-Lewis. Le paure di cui abbiamo abbondantemente parlato in apertura sono sparite nell’istante in cui, ormai quasi due anni fa, la produzione ha annunciato l’ingaggio del miglior attore al mondo. Se scegli DDL, sai già che la sua prova offuscherà tutto il resto. Col suo ingaggio, Spielberg ha saggiamente optato per un vero e proprio character drama. Parlare ancora dopo tanti anni e tanti film del talento e della capacità di Daniel Day-Lewis è quasi superfluo, ma ancora una volta il modo con cui non interpreta un personaggio, ma diventa quel personaggio, è stupefacente. L’attore inglese riesce a farci credere che Lincoln era davvero così, col suo traboccante decisionismo politico, con la sua ferrea forza di volontà, con la sua stucchevole e retorica aneddotica, con le sue mancanze come padre e marito. Sono i particolari a rendere la performance di Day-Lewis così incredibile come bravura e così credibile come risultato, quei particolari che con altri attori risulterebbero manierismi, con lui invece sono necessità per abitare un personaggio: lo sguardo stanco ma deciso, l’atteggiamento carismatico, il tono della voce flebile e acuto, la camminata di chi regge sulle proprie spalle un paese diviso dalla guerra. Non è un pensiero, non è solo un ideale, qui Lincoln è un uomo, e questa è la più grande conquista di Daniel Day-Lewis. La sua titanica prova ci fa capire che ci troviamo di fronte ad un film di Spielberg atipico: nelle sue opere primeggia sempre la regia, la storia, il lato tecnico, il sentimento, questo invece è il film più attoriale di Spielberg in 40 anni di carriera. Oltre al protagonista, un nutrito plotone di grandi attori e caratteristi emerge, ognuno con la frase o la scena con cui lasciare il segno. Naturalmente contiamo Tommy Lee Jones, che recita di puro cuore, Lee Pace, grande vigore nell’interpretare un personaggio negativo, James Spader, bravissimo nel suo ruolo di comic relief, David Strathairn, affidabile e impeccabile come sempre. Deludono leggermente Joseph Gordon-Levitt, il cui personaggio nulla aggiunge al film, e Sally Field, che si lascia andare troppo spesso all’over acting nei duetti con Day-Lewis, probabilmente per provare a seguire la trascinante energia di quest’ultimo.

Lincoln è un film fatto di interni, protagoniste sono anche le grandi stanze in cui avvenivano gli incontri, le assemblee, i discorsi per decidere il destino di un paese, e la scenografia è perfetta nel ricreare impeccabilmente quegli ambienti e quindi l’atmosfera giusta per gli attori prime e gli spettatori poi. Fantastica come sempre la fotografia di Janusz Kaminski, tutta giocata sulle ombre e sui contrasti del chiaro/scuro dovuto alle flebili luci delle finestre. Anche la colonna sonora non delude, ed era una delle paure maggiori alla vigilia considerando quanto potesse facilmente cedere al melodramma, invece il veterano John Williams da grande esperto compone una musica che accompagna le emozioni invece di dettarle. Tutti dettagli che rendono grande il film di Spielberg, sicuramente il miglior tra i suoi ultimi: il regista ci ha regalato tanti immortali film che hanno segnato la storia del cinema e generazione, e questo, pur non rientrando in un suo podio ideale, è destinato a diventare un nuovo classico del cinema americano, un grande film sulla politica senza essere politico, una lezione di etica e civiltà che speriamo possa essere d’ispirazione per chi siede ora sulle poltrone più importanti.

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2 risposte a “Lincoln – recensione”

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    […] blu della fotografia di Janusz Kaminski che intuiamo dal trailer, ma dopo aver azzeccato il tono di Lincoln ci aspettiamo ancora […]

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  2. Avatar STeven Spielberg annuncia un nuovo film da una storia italiana | bastardiperlagloria

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