Moneyball – L’arte di vincere di Bennett Miller, con Brad Pitt, Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman, Robin Wright. USA 2011
di Emanuele D’Aniello
Se al mondo c’è un collante che riesce ad unire persone di diversa età, cultura, provenienza e idee, quello è sicuro lo sport. Ma di film sportivi ne abbiamo visti a tonnellate, quindi è meglio rassicurare subito tutti:Moneyball non è un film sportivo, non è un film sul baseball, ma un film che si serve del baseball per raccontare altro, con profondità ed arguzia. Per fare un paragone, Moneyball sta al baseball come The Social Network sta a facebook. Non a caso, Aaron Sorkin è l’uomo dietro le sceneggiature di entrambi i film.
Il baseball è lo sport più popolare d’America (anche l’unica disciplina, paradossalmente, che non ha mai fatto veramente breccia tra gli europei, che amano e praticano tantissimi sport) e qui lo vediamo come grande metafora dell’identità americana, un legame culturale e sociale che va al di là della semplice passione sportiva. La trama dice tutto: Billy Beane è il manager degli Oakland Athletics, una discreta squadra di baseball che non può competere con i grandi club della lega non potendosi permettere budget stratosferici per ingaggiare i migliori giocatori; Peter Brand, un giovane laureato in economia, dimostra a Beane come si possa costruire una squadra vincente basandosi sulle statistiche e su particolari algoritmi matematici. Pur essendo una storia vera, pur essendo ispirato ad un libro inchiesta sui metodi del vero Billy Beane, il film poteva essere realizzato solamente in questi anni, perché l’approccio al materiale di Sorkin è moderno e socialmente attuale: è lo sport ai tempi della crisi visto e affrontato come problema economico, il baseball diventa una metafora per raccontare le difficoltà quotidiane, come non ci sono soldi per fare la spesa ugualmente le piccole squadre non hanno soldi per compare i giocatori. Sorkin spoglia la storia delle classiche connotazioni da film sportivo (i giocatori invece di essere i protagonisti sono in disparte, fanno quasi da contorno, e al centro della storia non c’è nemmeno l’allenatore, bensì il dirigente) accentuando le intenzioni addirittura politiche. E’ incredibile come nel giro di due anni consecutivi Aaron Sorkin abbia disegnato due storie che racchiudono e raffigurano i tempi in cui viviamo, prima concentrandosi con The Social Network sull’incomunicabilità giovanile ai tempi di internet, ora con questo film sulle ripercussioni della crisi economica nella funzione sociale dello sport.
Sarebbe ingeneroso però definire Moneyball solo un film di scrittura. Colui che dona vita alle idee messe sul tavolo è indubbiamente il regista Bennett Miller, qui soltanto alla seconda opera dopo l’esordio conTruman Capote del 2005. Perché sia stato fermo così a lungo dopo il debutto non lo sappiamo, ma possiamo dire con certezza che non ha certo perso la mano, girando con estrema efficacia soprattutto le scene sportive (grazie ad un montaggio perfetto e alla fotografia vivida elegantissima del solito Wally Pfister, che dopo i lavori con Christopher Nolan conferma di essere uno dei migliori direttori della fotografia al mondo). Ugualmente bisogna dire che il film non avrebbe avuto la stessa forza senza la grande interpretazione che ci regala un Brad Pitt ai vertici della carriera. Il personaggio incarna lo spirito di chissà quante figure sportive e non, sconfitte dal sistema, sconfitte nella vita, che portano il peso dei proprio fallimenti e cercano continuamente rivalsa: Pitt interpreta Billy Beane senza esagerazioni e senza retorica drammatica, ma con l’intelligenza del grande attore si affida alla spontaneità, con innato carisma e grande intensità. E non dimentichiamo che anche le scene intime e familiari, incarnate dal rapporto di Beane con la figlia, sono fondamentali per dare profondità e una nuova dimensione al personaggio, creando anche un contesto a dir poco “romantico” alla storia sportiva centrale.
Il film per anni è stato sulla scrivania di diverse case di produzione, diverse volte è naufragato e ha rischiato di non vedere mai la luce (Steven Soderbergh è quello andato più vicino a realizzare il progetto come un finto documentario, con Matt Damon protagonista) ma la tenacia di Brad Pitt, qui anche produttore, alla fine ha avuto ragione, regalandoci un ottimo film “americano” nel senso antropologico del termine, in grado di piacere anche a chi non ama lo sport o capisce poco di baseball.



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