Noah di Darren Aronofsky, con Russell Crowe, Jennifer Connelly, Emma Watson, Logan Lerman, Douglas Booth, Ra Winstone, Anthony Hopkins USA 2014
di Emanuele D’Aniello
Chiamatela curiosità, paradosso, maledizione dell’artista, insomma come volete. Ma è davvero incredibile pensare che un regista che indaga costantemente il tema dell’ossessione, forse l’elemento centrale della propria poetica cinematografica e presente in ogni suo film, sia stato personalmente ossessionato in carriera dalla volontà di realizzare due film, The Fountain e l’attuale Noah, e proprio queste due opere si siano rivelate le sue meno riuscite.
A difesa di Darren Aronofsky, c’è prima di tutto da ammettere che non è compito facile trarre un film di due ore da pochi versi molto generici sulla vicenda di Noè presenti nella Genesi, il primo libro della Bibbia. Ma se c’è un attributo che ad Aronofsky fin dagli esordi non è mai mancato è il coraggio, la voglia di rischiare, la sfrontatezza. Purtroppo ora manca la consapevolezza, cosa abbastanza grave considerando che l’ossessione è come detto trattata in ogni suo film, che quando si è troppo testardi il rischio di fallire è più forte del rischio di riuscire. Forse ora chiamare Noah un fallimento è esagerato, perchè indubbiamente non lo è. Ma Noah è un film sbagliato, a tratti sinceramente brutto, sicuramente molto poco riuscito. Si salva solamente il terzo atto, quello che inizia dopo il Diluvio e si svolge interamente nell’Arca, perchè finalmente il film si concentra esclusivamente sui drammi interiori dei personaggi, sulle relazioni, sul contrasto tra fede e atto pratico, sulla fede cieca che diviene pazzia. Se Aronofsky avesse trattato e sviluppato questi temi lungo tutto il film, ora parleremmo di altro. Invece in Noah ci sono anche i giganti di pietra, le orde barbariche di uomini, e una visione assurda del mondo primordiale.
Da un certo punta di vista, si può capire la voglia di spettacolarizzare la vicenda, necessaria per attirare il pubblico più ampio possibile, e la visione inevitabilmente declinata verso il fantasy, influenzata da anni di film simili. Ma qui parliamo di un regista di prima fascia che non può permettersi tali bassezze. E allora ad Aronofsky non possiamo perdonare un prologo alquanto pacchiano, o la decisione immotivata di inserire questi buffi giganti di pietra, anche brutti da guardare e realizzati non proprio benissimo, o la rappresentazione di orde di uomini selvaggi alquanto didascalica per farci capire che l’umanità è malvagia, o delle battaglia in stile film fantasy che assolutamente sono fuori contesto. Ancora meno si possono perdonare momenti che sfiorano il trash, come l’elemento divino ridotto ad un semplicistico elemento magico (ancora l’influenza del fantasy è preponderante), i costumi allucinanti che sembrano provenire da un mondo post-apocalittico alla Mad Max piuttosto che da un’era all’inizio dei tempi, la presenza di elementi troppo assurdi come un maschera di ferro o un simil spara razzi. Anche le cose più riuscite, come il classico montaggio serrato del regista o la visione della Creazione in time lapse, cozzano con lo stile del resto del film.
Quello che più stupisce, o forse delude, è l’assoluta fedeltà allo spirito della Bibbia. Alla fine possiamo dire che Noah è un film non solo rispettoso del materiale di partenza e della religione, ma più religioso di quanto si potesse immaginare. Il Dio del film, saggiamente mai chiamato così, è un non-personaggio, uno spettatore esterno, eppure il rispetto della sacralità è assolutamente centrale. Aronofsky evita il contrasto, evita la polemica, evita la controversia, ed i momenti più sopra le righe (lo sviluppo di Noè nel terzo atto) sono tutti legati all’elemento umano e non a dubbi di fede. In Noah manca la tensione emotiva, manca il senso di riflessione e di domanda interiore, perchè il film fornisce tutte le risposte, spesso quelle più banali. Addirittura i temi ecologici, che potevamo aspettarci da una simile rivisitazione, sono più accennati che realmente importanti. Alla fine Noah è un film dalle grandi ambizioni e dalla grande realizzazione che non riesce minimamente a reggere le aspettative e toccare un punto d’equilibrio, risultando piatto quando va bene e trash quando va male. In poche parole, rivogliamo l’Aronofsky del cinema indipendente.


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