Oldboy di Spike Lee, con Josh Brolin, Elizabeth Olsen, Sharlto Copley, Samuel L. Jackson, Michael Imperioli, Pom Klementieff USA 2013
di Emanuele D’Aniello
II miglior commento che si possa fare a Oldboy, per essere buoni e avere una positiva predisposizione mentale, sarebbe quello di escludere assolutamente dai pensieri il film originale sudcoreano del 2003. Durante la visione e subito dopo, non pensare minimamente al capolavoro di Chan Park-wook aiuterebbe non poco questo film di Spike Lee. Dopotutto il compito di un “critico” è giudicare il film che vede, non giudicarlo in relazioni ad altre opere che non sono direttamente sul grande schermo. Ma è poi possibile farlo quando il film in questione nasce solo e soltanto come remake, quando in ogni intervista regista e attori hanno dovuto rispondere ai paragoni col film originale, e quando il film sudcoreano non necessitava assolutamente di una nuova versione?
Possiamo provare ad analizzare il film seguendo entrami gli approcci proposti, il punto che è l’Oldboy di Spike Lee esce sempre e comunque sconfitto.
Questa nuova versione americana è un thriller molto violento segnato una vena perversa in cui le azioni e le reazioni sono spesso fini a se stesse. Una storia in cui spicca il sadismo e il piacere di far male, nel quale la vendetta è il mezzo e la redenzione personale è il percorso finale, assolutamente senza ambiguità. Il ritmo è buono ma la narrazione piatta, con una regia che raramente lavora col cuore. La recitazione è probabilmente l’elemento migliore del film, con Elizabeth Olsen che dimostra di essere un talento in costante ascesa e Josh Brolin ormai un certezza, dotato di grande presenza scenica e grande abilità nel comunicare con gli spettatori. Se quello di Samuel L. Jackson è più che altro un cameo, il villain interpretato da Sharlto Copley invece è la vera delusione: l’attore sudafricano è un performer di talento, ma qui si lascia andare a manierismi del tutto inutili che lo ridicolizzano invece di renderlo temibile o odioso, e le sue azioni sono fin troppo sofisticate per essere in sostanza molto semplici.
Detto questo, possiamo ora agganciare l’analisi del film all’opera originale del 2003, perchè cogliere le differenze vuol dire capire gli errori. Differenze comunque necessarie, dopotutto non si può realizzare lo stesso film due volte. Ma le buonissime e giuste intenzioni, cioè non copiare o imitare ma reinterpretare, non sono seguite dall’operazione giusta. Perchè il copione di Mark Protosevich e la regia di Spike Lee più che reinterpretare cercano di semplificare, e così il film drenato e asciugato da tutto lo stile, la poesia, gli elementi folli e quasi surreali della pellicola sudcoreano diventa un nulla, un thriller con una storia troppo particolare e irreale che sembra quasi perfetta per un B Movie. Se il primo Oldboy era una costante danza sull’orlo della pazzia, a questo Oldboy manca totalmente la scintilla fondamentale, è piatto, superficiale, e addirittura la rivelazione finale appare solo come uno shock, per quanto grande, senza portare dentro il medesimo dolore. Questo la più grande e letale differenza tra i due film: il dolore interiore e la follia sono sostituiti nel remake da semplice violenza e puro sadismo, l’ambiguità lascia spazio alla forzata riscossa morale. Ritroviamo tutti questi problemi nella scrittura del villain, che invece di essere un personaggio impenetrabile segnato da una sofferenza interiore insostenibile diventa ora la più tipica macchietta che sembra destinata a fare il provino per il prossimo Bond Villain (e come detto, la prova sopra le righe di Copley non aiuta).
Forse, semplicemente, questo non è film adatto a Spike Lee. Nel raccontare e mettere in scena la storia c’è tanta meccanicità ma mai cuore, sentimento, emozione, il tocco è freddo e impersonale come se Lee non sentisse mai questo film come suo. E non è questione di discutere l’indiscutibile talento di un grande regista come Spike Lee, ma solo ammettere che per una storia simile ci verrebbero in mentre altri nomi per dirigere e non certo il suo. Soprattutto, e qui torniamo al punto di partenza, non ci verrebbe mai in mente di realizzare il remake dell’originale Oldboy (e anche dal punto di vista commerciale, non vediamo come una storia simile, violenta e perversa, possa sfondare al box office americano). E sia chiaro, non è una critica generale ai remake, che hanno un senso quando si può migliorare, ricontestualizzare, ammodernare un film, e magari proporre al grande pubblico una storia altrimenti poco nota che merita di essere vista. Ma appunto qui manca il senso dell’operazione, questo remake non rientra in nessuno di questi casi, nemmeno nell’ultima categoria considerando lo status di cult già raggiunto dal film originale nell’ultimo decennio. Non resta quindi che dimenticare questo remake e goderci l’unico vero Oldboy.


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