Promised Land di Gus Van Sant, con Matt Damon, Frances McDormand, Rosemarie DeWitt, John Krasinski, Hal Holbrook. USA 2012
di Emanuele D’Aniello
Gus Van Sant è un regista nato come cantore dei giovani americani problematici, quella grossa fetta generazionale di sbandati troppo spesso dimenticata, e poi è diventato anche grande autore di impegno civile e politico. Soprattutto è una persona che non si fossilizza sui suoi progetti, ed anzi è aperto a collaborazioni spesso fruttuose. Come non ricordare quella con i giovani Ben Affleck e Matt Damon in Will Hunting? Evidentemente nemmeno lui l’ha dimenticata, ed era giunto il momento per il bis. Promised Landè un film scritto dai protagonisti della pellicola, John Krasinski e Matt Damon, che proprio quest’ultimo doveva dirigere ma poi, troppo impegnato in altri ruoli, ha deciso di passare il testimone coinvolgendo il suo vecchio mentore. Forse a lui è andata bene così, debuttare alla regia con un risultato mediocre non è certo nelle aspettative di qualcuno.
Perchè bisogna dirlo, Promised Land è un film mediocre. Quasi in tutto purtroppo, nella recitazione troppo sommessa, nella regia priva di guizzi, nella sceneggiatura piatta e superficiale, nel tema trattato in modo molto semplicistico. Eppure non si possono negare le buonissime intenzioni del progetto. Si parla della pratica del fracking, la tecnica di estrazione dei gas naturali utilizzata da numerose grandi compagnie multinazionali e che naturalmente presenta diverse conseguenze o effetti collaterali, a cominciare da danni (per quanto ancora non scientificamente dimostrati del tutto) agli umani, agli animali e soprattutto all’ambiente. Un tema scottante, tremendamente d’attualità in America, e sicuramente molto sentito da personalità molto impegnate nel sociale come Van Sant e Damon. Il problema è che il film manca totalmente di efficacia, di tensione drammatica, di quella “zona grigia” fondamentale per instillare un dibattito o un dubbio morale nello spettatore. Il film ha già tutte le risposte, punta tutto sul messaggio rassicurante e su quello che è giusto dire e sentirsi dire.
Gli elementi migliori del film sono indubbiamente quelli legati alla politica, alla guerra tra grandi corporazioni e piccoli ambientalisti, alle dinamiche economiche legate al fracking. La storia personale dei protagonisti (che qui è fondamentale, essendo il film in realtà un viaggio interiore nel personaggio di Damon che lo porta ad una conversione morale telefonatissima) manca totalmente di incisività, perchè il duello tra i personaggi di Damon e Krasinski non raggiunge mai la cattiveria e la tensione necessaria a coinvolgere in una delle due parti, e la storia d’amore decisiva per capire il cambiamento del protagonista risulta priva del necessario pathos. Aggiungiamo poi una galleria di personaggi ritratti in modo semplicistico (salviamo però Frances McDormand, che come sempre con la sua bravura ed il suo eclettismo riesce a farsi notare) ed un colpo di scena finale che risulta forzatissimo, ed il quadro è completo.
Sia chiaro, questo non è un atto d’accusa al buonismo del film o al filone morale del cinema. Gli autori a più riprese hanno detto di essersi ispirati al cinema del passato, volendo realizzare una storia che ricordasse il cinema di Frank Capra. Ma magari ora ci trovassimo di fronte i film buonisti di Capra, o ilFurore di John Ford. Quelle erano storie da raccontare, in grado di coinvolgere, in grado di suscitare emozioni, costruite su un messaggio che edificava la persona. Promised Land invece non costruisce il messaggio, lo presenta come già scontato, e trasforma la morale in un semplicissimo sermone. Dopotutto, le buone intenzione non sono sufficienti da sole a fare un buon film.


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