Anna Karenina di Joe Wright, con Keira Knightley, Jude Law, Aaron Johnson, Matthew MacFayden, Alicia Vikander, Domhnall Gleeson, Kelly MacDonald, Ruth Wilson, Olivia Williams, Emily Watson. Gran Bretagna 2012
di Emanuele D’Aniello
Nel cinema attuale rendere ancora interessante un materiale visto e rivisto decine di volte in tutte le sue forme, tra grande schermo, piccolo schermo, teatro, libri, è un’impresa quasi impossibile. Quando ci troviamo di fronte ad un monumento della letteratura mondiale di tutti tempi come Anna Karenina di Tolstoj, adattato in tutte le salse, viene quasi naturale snobbarlo per quel forte senso di deja-vu. Il regista che oggi vuole adattarlo nuovamente sa di trovarsi di fronte una sfida importante col pubblico. Forse l’unico modo per vincerla è ribaltare totalmente le carte in tavola, e se possibile alienarsi ancora di più gli spettatori. Joe Wright dimostra che c’è ancora spazio e modo per adattare qualcosa di visto e rivisto da tutti.
Esperto del cinema “in corsetto” come hanno dimostrato i successi di Orgoglio e Pregiudizio e Espiazione, Joe Wright è paradossalmente uno dei registi più preparati tecnicamente e più moderni in circolazione, capace di far aderire il suo stile visivo freschissimo a materiale di partenza che più classici non si può. Quando è uscito da questa strada con Hanna, ha dimostrato di essere un regista completo. La sua sfida lanciata al romanzo di Tolstoj è grandissima: ambientare l’intera storia in un teatro di posa. Avete capito bene, il film è ambientato (a parte un paio di scene) tutto in interni, tutto in teatro, con scenografie che si alzano e si smontano per raffigurare le scene, un’unica grande scenografia che di volta in volta si trasforma in una stanza diversa. Wright succhia via tutto il contesto narrativo per inscenare un grande ed elegantissimo esercizio di stile, pomposo, sfarzoso, sontuoso, impeccabile, sostituendo l’impatto emotivo del melodramma con l’impatto visivo dell’estetica. Non importa lo sviluppo della trama in se, quanto l’aderenza della storia al contorno visivo. Tutto in realtà è un grande balletto, i personaggi si aggirano sul palcoscenico con mosse precise, seguendo una coreografia calibrata, concentrandosi sui movimenti e sugli sguardi.
Teoricamente, molte cose dette finora potrebbe essere anche difetti, anzi spesso è così. Parlare di “grande esercizio di stile” è spesso una accezione negativa, ed il confine con la pura masturbazione registica è molto labile. Ma c’è un elemento che scardina tutto e rende la scelta di Wright efficace e sensatissima: la concezione della società aristocratica russa di fine ‘800. Tolstoj nei suoi romanzi, soprattutto nelle pagine diAnna Karenina, descrive un mondo in cui l’apparire è sempre più importante dell’essere, in cui la formalità supera tutto, i comportamenti convenzionali e di conseguenza l’ipocrisia sono colonne portanti della vita sociale dell’epoca. Non è il regista inglese a mettere gli attori su un palco, ma sono i nobili russi del’epoca a muoversi come fossero su un palcoscenico continuamente osservati, sempre più attenti allo sguardo altrui. In questo film è fuori di dubbio che la forma supera la sostanza, ma il punto è proprio che la sostanza E’ la forma, e Wright inscena questa falsità sociale come mai nessuno era riuscito a fare prima d’ora.
Ciò non toglie che la forza del triangolo amoroso tra Anna, il marito ed il conte Vrosky rimanga intatta anche in questa innovativa versione. Merito è soprattutto della solita fantastica colonna sonora di Dario Marianelli, che segue le emozioni in modo travolgente, e della bravura degli interpreti. Se Aaron Johnson più che altro svolge il compitino, gli altri si rubano la scena vicendevolmente: da Alicia Vikander a Domhnall Gleeson, bravissimi nell’inscenare un amore puro e travagliato, a Matthew MacFayden assolutamente in parte, ad un trascinante Jude Law in una delle migliori prove in carriera, a Keira Knightley che, col suo volto irregolare quasi di porcellana, riesce nel compito più importante, trasmettere il dolore di Anna senza renderlo un personaggio simpatico al pubblico. I modi teatrali sono necessari per inscenare questo grande balletto in cui tutti sono burattini che si muovono manovrati su un palco, in un’atmosfera che per quanto elegante segna un netto percorso di decadenza morale e sociale. Questa è la strada che sceglie Wright, magari per alcuni un po’ perso nel proprio compiacimento, ma di sicuro coraggioso nel realizzare un’opera che andrà di traverso al grande pubblico ma è assolutamente sensata, originale, innovativa. E rendere ancora fresco un romanzo stranoto dell’800, non è certo un merito da sottovalutare.


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