Re della Terra Selvaggia (Beasts of the Southern Wild) di Behn Zeitlin, con Quvenzhane Wallis, Dwight Henry. USA 2012
di Emanuele D’Aniello
Raramente un esordio (per il regista, per la co-sceneggiatrice, per gli attori principali) è stato così d’impatto, chiacchierato, di successo. Raramente un film ha saputo raccontare in maniera così sincera, vera, viscerale, magica, profonda temi difficili come l’infanzia, le difficoltà della vita moderna, la paura della morte, il costante confronto tra l’uomo e la natura. Soprattutto, raramente un film è riuscito a fare tutto questo con un budget limitatissimo e con una produzione messa in piedi per miracolo. Questo è il potere del cinema indipendente americano, quel lato importantissimo e fantastico che spesso viene dimenticato e finisce per far identificare, erroneamente, l’industria artistica di un paese con Hollywood ed i grandi blockbuster.
Il dramma dell’uragano Katrina, il devastante disastro naturale che ha distrutto e fatto innumerevoli vittime nell’area di New Orleans nel 2005, è ancora vivo nella mente degli americani, e chi conosce l’animo della comunità della deliziosa città della Lousiana sa quanto il disastro ha colpito nel profondo la vita e l’umore delle persone. Il film di Zeitlin non vuole essere assolutamente un racconto del post-Katrina, ma indubbiamente parte da lì e la premessa storica è doverosa. Le vicende del film, che seguono la piccola Hushpuppy e suo padre Wink, si svolgono nell’area denominata la Grande Vasca, una zona che ha pochissimo in comune con la civiltà urbana che noi tutti conosciamo. La minuziosa e perfetta descrizione geografica del luogo immediatamente crea e trasforma l’atmosfera del film, immergendo lo spettatore in un mondo quasi fatato, dimenticato da Dio, dove il contatto con la natura è a dir poco essenziale. Questo è il mondo in cui la piccola Hushpuppy vive, questo è il mondo in cui la simbiosi col proprio io interiore, quello più primordiale e per questo più sincero, può avvenire. In questo ambiente del tutto particolare Zeitlin ambienta un discorso enormemente complesso sulle paura, con uno stile visivo semplice ma al tempo stesso grande, in grado di basarsi sulle piccole cose, sui dettagli, sugli sguardi, sulle parole.
La paura della perdita, ovviamente la paura della morte. Questo, in fondo, è il tema cardine del film. Il mondo moderno che perde la sua radice essenziale, quella natura che avvolge tutto ed è in grado di ribellarsi nella maniera più distruttiva possibile. La perdita della vita da parte di un padre malato, un adulto che non sa come reagire di fronte alle cose più grandi di lui, che tratta la propria figlia con amore e cattiveria, gli istinti propri degli animali senza sovrastrutture sociali o civili, perchè questo in fondo siamo tutti. La paura di una bambina di fronte a quel grande mistero che è la vita, una bambina che però riesce a sfruttare questo sentimento per farsi forza e affrontare l’ignoto. Tanti film hanno raccontato la crescita e l’infanzia partendo proprio dal punto di vista soggettivo dei bambini, l’ultima pellicola che ha tantissime affinità tematiche e stilistiche con questo film è Il Paese della Creature Selvagge: qui Zeitlin riesce ad evitare gli aspetti più tristi e oscuri di quel film per conferire alla sua storia un’aura magica, volutamente fiabesca, che incontra e intreccia derive oniriche con passaggi sentimentali sublimi nel senso letterale del termine, sovrapponendo spesso finzione a realtà. Perchè l’altra grande forza è quella di rimanere, nonostante tutto, fortemente realistico: i disastri naturali, le difficoltà della gente povera che non sa accettare un mondo diverso dal loro, i rapporti intimi tra i personaggi, tutto trattato con tocco sincero privo di retorica.
Nel cinema indipendente è più facile di quanto si possa pensare trovare attori talentuosi che si sacrifichino completamente per il film. Discorso completamente diverso per una produzione particolare come questa: eppure Zeitlin, evidentemente baciato dalla fortuna, ha fatto centro trovando due interpreti semplicemente indimenticabili. Tanto si è discusso negli ultimi mesi sulla performance della piccola Quvenzhane Wallis, che all’epoca delle riprese aveva solo 6 anni. E’ possibile che una bambina così piccola realizzi una “vera” interpretazione, ragionata, studiata, sviscerata dal profondo, o semplicemente è manovrata e guidata passo dopo passo dal regista? La risposta non è facile da trovare, ma c’è un merito innegabile che va dato alla Wallis: l’energia. La forza, il carisma, la vitalità sprigionata dalla piccola attrice è qualcosa di travolgente e inaspettato, una esplosione istintiva che conferisce sentimento al personaggio, grande umanità e coinvolge il pubblico. Chiamatelo come volete, ma questo è talento, ed è una dote difficile da trovare in una bambina di 6 anni, una dote fondamentale a dispetto da come si pronunciano le battute o dallo studio delle espressioni. Stesso merito va dato a Dwight Henry, un panettiere di professione che casualmente è stato trovato durante il set e convinto a fare i provini per il film. Questo attore non professionista sembra un veterano navigato, sprigiona una umanità ed una carica intima assolutamente sincera e struggente. I due insieme sono una forza della natura, capaci di convogliare l’instancabile curiosità della prima ed il furore disperato del secondo in momenti padre-figlia di rara tenerezza.
Non sappiamo se questa è la fortuna dell’esordiente, un fuoco di paglia o l’inizio di una grande carriera, e fondamentalmente ora come ora nemmeno ci interessa. Quello che conta è goderci uno splendido e struggente film, un debutto enormemente convincente, una storia che tocca tanti temi e tante corde dell’animo con delicatezza ed intensità, passando senza paura o confusione dall’approccio semi-documentaristico al racconto fantastico. Quello che emerge è indubbiamente il cuore, la passione, l’amore, e la grande abilità che a prescindere dai budget solo il cinema sa donare: quella di incantare.



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