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Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow, con Jessica Chastain, Jason Clarke, Kyle Chandler, Mark Strong, Jennifer Ehle, Joel Edgerton, Chris Pratt, James Gandolfini.   USA 2012

di Emanuele D’Aniello

La forza degli americani è anche e soprattutto questa. Dalle proprie ferite, dai proprio lutti, dalla pagina più nera della propria storia, riescono a tirare fuori un fantastico film che racconta in modo del tutto anti-spettacolare, senza omettere le ombre e le vergogne, il loro dolore più grande. La grandezza di Zero Dark Thirty è evidente, un film che non tace quando altri vorrebbero farlo tacere, che evita la facile via del patriottismo (a parte un prologo un po’ fuori luogo, ma comprensibile come punto di partenza cronologico) e tramite la propria protagonista riesce ad incarnare perfettamente i sentimenti dell’intera America nell’ultimo decennio: ferita, sconvolta, ma capace di trasformare il proprio dolore in rabbia, quel desiderio di vendetta inarrestabile che diventa ossessione, una vittoria in fin dei conti dal sapore amaro, vuota, quasi deleteria per se stessa.

Kathryn Bigelow inizialmente doveva realizzare un film sulle numerose missioni fallite per catturare Bin Laden, ma proprio durante la pre-produzione del film è accaduta la svolta: il 2 maggio 2011, la realtà ha superato la fantasia. Naturalmente, il film non poteva più dribblare l’avvenimento come nulla fosse, doveva adeguarsi. Beh, fortunatamente così è successo. Lo sceneggiatore Mark Boal, che dopoThe Hurt Locker conferma il sodalizio con la Bigelow come uno dei migliori attualmente a Hollywood, ha riscritto del tutto il copione avendo accesso anche a documenti riservati dei servizi segreti. Quello che il duo Bigelow-Boal ha portato al cinema non è un banale film di guerra o un semplice thriller politico, soprattutto e fortunatamente non è il canto della nazione vincitrice, bensì una fredda, lucida, razionale analisi di 10 anni di storia americana, la spietata cronaca della più grande e totalizzante ossessione di un paese intero. Perchè anche col passare degli anni, anche quando ormai diventava chiaro che il peso di Bin Laden nel terrorismo internazionale fosse scemato, il nome dello “sceicco del terrore” rimaneva il più grande incubo di ogni americano. Ad una storia che più calda non si può, la Bigelow contrappone una stile registico freddo e precisissimo, che svela con intelligenza e onestà la guerra al terrorismo fatta da dietro le scrivanie, le lungaggine burocratiche, il facile ricordo alla tortura. Ormai è assodato da anni che la Bigelow fa un cinema maschile, in un modo del tutto maschile, ma meglio dei colleghi maschi, ma in questo film c’è un ulteriore punto che prima e oltre a tutto fa fare il salto di qualità: il personaggio di Maya.

Il film si apre e si chiude con Maya, l’agente della CIA che più di tutti rappresenta l’ossessione. Maya è un personaggio senza passato, non ha origini, non ha un background narrato nel film, non ha futuro, non ha legami familiare o amici, Maya è un personaggio “assoluto” che nasce e si muove in funzione della propria ossessione. L’odissea di Maya è un cammino fatto di ostacoli in un mondo creato ad uso e consumo degli uomini, eppure lei si muove sopra di loro senza mai imitarli. Mentre gli uomini parlano, lei agisce in modo determinato e deciso, senza vittimismi o dubbi morali, a disagio di fronte a metodi come la tortura ma in grado di adeguarsi senza farne un mantra ideologico. La solitudine del personaggio (sola quando deve farsi strada per convincere i colleghi delle sue parole, sola durante la caccia all’uomo, sola nel bellissimo finale) è la sua forza, quell’armatura che le impedisce di essere contaminata da un mondo esterno fatto di ideologie e politica. Naturalmente in tutte queste caratteristiche si potrebbero trovare anche aspetti negative, vedendo ad esempio la solitudine come una sconfitta personale, una vita sprecata in nome di una missione: chi tiene ancorata Maya al calore umano e permette al pubblico di simpatizzare per un personaggio simile è l’interpretazione maiuscola di Jessica Chastain, in soli due anni divenuta l’attrice più affidabile in circolazione. Capace di donare profondità ad un personaggio monodimensionale, senza perdere mai la propria femminilità, è lei che conferisce sentimento ad un personaggio testardo, carica di energia, passione, vigore.

Maya possiamo definirla come l’alter-ego della Bigelow, due donne che fanno i maschi battendoli al loro stesso gioco. E’ lo sguardo ad essere diverso, la capacità di comunicare in modo preciso e onesto, assolutamente lontano da ogni manipolazione scenica o sentimentale. La Bigelow e la sceneggiatura di Boal ricostruiscono 10 anni in due ore e mezza con precisione visiva, con una dettagliata ricostruzione dei meccanismi operativi, con una cura della scena e del montaggio che permettono ad una storia ricca di tempi dilatati di essere tesissima per tutta la sua durata. Il lungo e fantastico blitz finale (realizzato davvero sul campo con una fotografia a raggi infrarossi per ricreare le condizioni di un vero assalto militare) è un momento d’azione coinvolgente preparato con meticolosa efficienza durante tutto il film. L’azione nel film è del tutto secondaria, la costruzione della tensione è primaria: il successo della Bigelow è legato all’abilità nel catturare e riprodurre l’essenza della caccia. Zero Dark Thirty è un film che, costruito e realizzato in maniera impeccabile, ci racconta sotto ogni sfaccettatura cosa è l’ossessione collettiva. La nostra naturalmente è quella di aver al più presto altri grandi film come questo.

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