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Ribelle – The Brave (Brave) di Mark Andrew e Brenda Chapman.   USA 2012

di Emanuele D’Aniello

Da anni ormai la Pixar non è più solo la miglior casa d’animazione al mondo, ma una casa cinematografica capace di sfornare annualmente i migliori film sul mercato. Con la Pixar, il termine capolavoro non è mai abusato o detto a sproposito. Quest’anno l’attesa era ancora maggiore, perché dopo ben 3 anni si tornava a realizzare una storia originale, e finalmente per la prima volta si sceglieva una protagonista femminile. Insomma, aspettative altissime per i fans e, per quanto detto finora, pressioni immense per lo studio. Un mix insostenibile che alla fine ha prodotto l’unica vittima che si doveva salvare: il film.

Brave (tradotto immotivatamente da noi conRibelle, e non si capisce in quale dimensione, soprattutto in questo film, il termine coraggio faccia rima con ribellione) è una storia medievale ambientata in Scozia che presto si trasforma in una fiaba, e vede protagonista la giovane principessa Merida, costretta dai genitori a scegliere un marito mai visto prima. In poche parole, ci troviamo di fronte alla più classica storia di principesse, alla canonica favola, nel lungo percorso solcato negli anni dalla vecchia Disney. Si badi bene, questo non è il problema in se, considerando che per decenni la Disney con una storia così semplice ed abusata ha realizzato alcuni tra i migliori film d’animazione di tutti i tempi, ma i problemi emergono nella resa e nello sviluppo di questa trama e della tematica, anzi, nell’assenza di questi passaggi fondamentali. Brave è una storia che più classica non si può, lineare nella trama, scontata nella narrazione, che dopo 40 minuti godibili, ma non esaltanti, prende una piega che fa completamente ribaltare la prospettiva della storia, trasformando tutto in una farsa comica capace di annullare il climax emotivo finale, rendendolo improvviso e privo di senso. Non sembra di assistere ad un film Pixar perché l’elemento di distacco dal canone disneyano, quell’amore per le situazioni mature e l’ambizione di parlare prima agli adulti e solo in seconda battuta ai bambini, qui non si vede, e anzi sembra più di assistere ad un film Dreamworks che banalizza la complessità emotiva a favore della risata. Non è criticabile il colpo di scena in se, perché per fare un esempio calzante il cinema di Hayao Miyazaki, padre dell’animazione giapponese cha ha influenzato moltissimo la Pixar nel corso degli anni, è strapieno di tematiche che mettono a contatto l’uomo con la natura, pieno di elementi fantastici, di trasformazioni fisiche, di elementi bizzarri, ma lì la poesia e la meraviglia sono sempre al centro di tutto, ed il resto gravita intorno. Bravesemplicizza temi come la natura, la magia, ed impedisce lo sviluppo dei personaggi: alla fine Merida non è cambiata di una virgola perché ha ottenuto ciò che voleva, non è lei che ha abbracciato la tradizione della sua famiglia, ma la madre che ha capito ed è venuta incontro alle sue esigenze, ed anzi quest’ultima addirittura regredisce perdendo tutte le caratteristiche di regina carismatica che aveva in partenza.

Il rammarico è forte, perché Merida è un personaggio vivace, volitivo, energico, curioso, affascinata dalla natura e dai suoi elementi fantastici, ma finisce per sembrare soltanto una bambina viziata. Due anni faRapunzel, all’interno di una storia altrettanto classica e canonica, dimostrava invece come fosse possibile far maturare un personaggio simile, passando da “damsel in distress” ad autentica ribelle combattiva. Il rammarico è ancora più forte, perché potenzialmente la storia e gli elementi potevano portare ad una riflessione matura, invece manca totalmente il genio, la creatività, l’elemento innovativo e moderno. Non può essere davvero la Pixar quando nemmeno il vero marchio di fabbrica dei suoi film, il fantastico sviluppo dei personaggi, qui è assente: finalmente al centro ci sono due donne, il cui impatto è però totalmente annullato dall’assenza di confronto con i personaggi maschili, nessuno di pari valore o interesse, tutti ridotti semplicemente a macchiette comiche usate come diversivo. A questo punto si capisce che la lunga realizzazione durata 6 anni e la sostituzione della regista e creatrice della storia durante il processo creativo ha portato solo danni. Il rammarico diventa quasi insostenibile perché visivamente il film si conferma un gioiello: l’uso dei colori, i contrasti di luce, la qualità nitidissima dell’immagine, la fantastica chioma rossa di Merida controllata e resa realistica in ogni movimento di capelli, tutto è assolutamente perfetto, ed anzi tecnicamente uno dei maggiori risultati mai ottenuti dalla Pixar nel corso della sua gloriosa storia.

Il difetto di Brave non è solo quello di non essere ribelle come il suo titolo italiano e gli altri film Pixar, ma quello di appiattirsi facendo scomparire tutte le caratteristiche narrative (tecnicamente come detto rimaniamo nell’eccellenza) che hanno reso la Pixar quello che è oggi. Dopo un decennio in cui abbiamo visto veri e proprio capolavori in serie, qualcuno potrebbe affermare bonariamente che una scivolata si può anche perdonare, ma non dopo un prodotto mediocre come Cars 2 lo scorso anno, non dopo l’arrivo in massa di sequel e prequel anche nell’animazione, elementi che iniziano a far scricchiolare la creatività e l’originalità della compagnia di John Lasseter. Brave si guadagna il titolo, finora, di peggior film Pixar, considerando soprattutto l’altissimo standard qualitativo, non solo tra i prodotti d’animazione, a cui siamo abituati ed a cui la stessa compagnia non può più sottrarsi.

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