The Amazing Spider-Man – recensione

asm91

The Amazing Spider-Man di Marc Webb, con Andrew Garfield, Emma Stone, Rhys Ifans, Martin Sheen, Sally Field, Denis Leary.   USA 2012

di Emanuele D’Aniello

Sono passati dieci anni esatti dall’arrivo di Spider-Man al cinema, e solo cinque anni dall’ultimo capitolo (forzato, visto che la Sony ha licenziato il regista durante la produzione di un quarto film per problemi con i tempi) della seria di film di Sam Raimi. Ora, dopo così poco tempo, ci troviamo di fronte ad un reboot della saga, che raccontando più o meno la medesima storia sembra piuttosto un remake del primo film. In un contesto cinematografico ormai saturo di comic-book movie, era davvero necessario riproporre così presto una nuova storia sulle origini ben note di Spider-Man?

A prima vista, la risposta è negativa. A meno di non aver vissuto gli ultimi anni sotto una roccia, o di essere nati dopo il 2002, la storia è praticamente identica e i cambiamenti sono marginali: Peter Parker torna al liceo e ancora non lavora come fotografo per un giornale; sono introdotti i genitori di Peter, ma a quanto pare il loro ruolo, seppur presentato come fondamentale, sarà sviluppato solo in un previsto sequel; le ragnatele qui sono artificiali invece che organiche; come love interest del protagonista Gwen Stacy, che nei fumetti è infatti la prima storica fidanzata di Spider-Man, sostituisce May Jane, ma in realtà a cambiare è giusto il colore dei capelli perché narrativamente e funzionalmente ci troviamo di fronte allo stesso IDENTICO personaggio. Il percorso poi per scoprire le origini dell’eroe è quello noto che tutti conoscono: morso del ragno-morte dello zio Ben per indiretto comportamento di Peter-senso di colpa e desiderio di vendetta-conoscenza del wrestling messicano che influenza la creazione del costume-nascita del supereroe. Sia chiaro, questo non è un errore, non si può certo stravolgere la storia ultradecennale di Spider-Man ad ogni racconto, ma proprio per questo il senso di deja-vu durante la visione non aiuta, ed a maggior ragione che senso ha presentare il film come “la storia mai raccontata” quando in realtà è la storia più nota al mondo? Questa erronea premessa di produzione non agevola poi narrativamente il film, che si presenta nella maniera più schematica e classica possibile fino ad arrivare ad un terzo atto che più confuso e stonato non si può.

Tra la prima e la seconda parte c’è un cambio di ritmo e approccio evidentissimo, oltre ad accumulo di scelte sbagliate e situazioni insensate, che rendono evidente l’invadenza dei produttori nella creazione del film. Ad una prima parte intimista, addirittura malinconica, persino lenta per un film simile, corrisponde una seconda parte che, improvvisamente, diventa piena di azione, ricca di dialoghi ottusi e momenti illogici. Ovviamente è solo una personale interpretazione, ma immagino che i dirigenti della Sony dopo aver visto il primo montato del film siano andati dal regista Marc Webb per dirgli “ok le scene riflessive, ma questo non è film indy….ok le scene romantiche, ma questo non è il tuo vecchio 500 Giorni Insieme…..noi vogliamo altro, questo è un blockbuster in 3D che ci deve riempire le tasche di soldi”. Più che una supposizione, queste voci sono state confermate nelle ultime settimane da qualcuno ben informato, altrimenti non si spiega la scelta di far riscrivere la sceneggiatura già completata del previsto sequel al team dietro la saga di Transformers…e Dio ce ne scampi dal risultato finale. Per questi motivi e per le evidenti incongruenze, invece che con una recensione classica è meglio procedere con un elenco di punti positivi e negativi.

ASPETTI POSITIVI:

– L’approccio. I colori, la luminosità, la freschezza, l’ironia del primo film di Sam Raimi era perfetta per il 2002, fedelissimo al fumetto e decisivo spartiacque per il genere comic-book. Questo nuovo film arriva in un contesto cinematografico diversissimo, con i film di supereroi che arrivano in continuazione sempre più dark e maturi, e giustamente l’approccio è molto più serio,  più deciso, realistico per quanto possibile, dark quanto basta con scene quasi sempre girate di notte o in luoghi chiusi.

– Peter Parker. Via il personaggio imbranato e goffo di Tobey Maguire, dentro l’adolescente introverso di Andrew Garfield, rigorosamente senza occhiali. Il personaggio cambia radicalmente, e sicuramente in meglio: non è più una specie di nerd timido, ma semplicemente un ragazzo chiuso e problematico come ce ne sono tanti, segnato dalle esperienze negative personali ma in grado di farsi rispettare quando serve.

– Gli attori. Certo, fare meglio di Tobey Maguire, la cui unica dote recitativa in ogni film è quella di strabuzzare a caso gli occhi continuamente, non era propriamente difficile, ma a prescindere da ciò Andrew Garfield se la cava egregiamente, porta al personaggio grande sicurezza e fragilità umana al tempo stesso, e ha il physique du rôle adatto. Emma “sono l’attrice più espressiva al mondo” Stone è semplicemente perfetta, simpatica e solare, ma su di lei non c’erano dubbi. Sally Field e soprattutto Martin Sheen sono in parte e danno grande risalto alla coscienza morale del film, e Denis Leary azzecca in piena il tono del suo ruolo. A Rhys Ifans arriveremo più tardi.

– Il romanticismo. Sembra strano, quasi fuori luogo che in un comic-book movie le scene e i momenti migliori siano quelle legate alla sviluppo dei rapporti sentimentali tra i due protagonisti, ma non è un caso se si pensa che il regista è Marc Webb. La chimica tra Garfield e la Stone è evidentissima (i due infatti dopo le riprese sono diventati una coppia nella vita reale), le scene tra loro due sono spontanee, sentite e molto credibili. Il faccia a faccia in cui, tra un mare di incertezza e imbarazzo, decidono il loro primo appuntamento, è la miglior scena del film a mani basse.

ASPETTI NEGATIVI:

– Lizard. In un comic-book movie, la riuscita del villain è a dir poco essenziale. Qui col gigantesco lucertolone verde nulla va per il verso giusto. Prima cosa, il pessimo impatto visivo con un uso eccessivo di CGI che rende il personaggio quasi un cartone animato. Seconda cosa, l’assenza di spiegazione sullo sviluppo del personaggio e sui suoi poteri, non sappiamo quando dura la trasformazione, se è permanente, se può controllarla. Terza cosa, l’insensatezza delle motivazioni: improvvisamente, vuole trasformare tutti gli abitanti di New York in lucertole, senza ragione perché nemmeno lui sa se si può controllare la mutazione, e lui non ne trae beneficio o vendetta. Quarta cosa, la recitazione di Ifans, totalmente monocorde, come fosse lì per caso. Quinta cosa, il solito ravvedimento finale, che in un attimo distrugge il percorso di un personaggio già ridicolo. Sesta cosa, la banalità nella scelta del personaggio: al quarto film su Spider-Man, questa è la terza volta che il villain è uno scienziato, in un certo senso mentore di Peter Parker, che subisce una trasformazione fisica. Alla faccia della nuova storia.

– Spider-Man. Perché, voi lo avete visto? Io per tutto il film ho visto solo Peter Parker, ed è un peccato perché il costume è davvero bello. Il punto è che almeno l’80% del tempo passato come Spider-Man, il nostro eroe lo passa senza maschera, e questa cosa ha fatto imbestialire moltissimi fans in giro per il mondo. Che senso ha una scelta del genere? Passi una volta, passi due volte, ma vedere Spider-Man per un intero combattimento o in momenti chiave senza maschera fa davvero arrabbiare.

– Le incongruenze. Della mancanza di vere motivazioni nelle azioni di Lizard abbiamo parlato. Che dire allora di Rajit Ratha, il dirigente indiano della Oscorp che sembra un elemento chiave, forse il vero villain della storia in procinto di fare qualcosa di serio, che improvvisamente sparisce senza più essere nemmeno menzionato? Oppure del comportamento confuso di Peter Parker: inizia cercando di capire il grande segreto sulla scomparsa dei genitori, poi quando prende i poteri se ne dimentica completamente, quindi muore zio Ben e cerca il vero assassino, ma una volta arrivato Lizard non solo smette la sua ricerca, ma allo zio non viene più dedicato nemmeno un secondo, tantomeno ai genitori. Inutile ripetere che le mani dei produttori nella storia sono fin troppo evidenti, altrimenti se fosse stato pianificato così, sarebbe da far arrestare immediatamente lo sceneggiatore.

Un sequel ci sarà, e pur non essendo così atteso e bramato dopo un film simile, sembra quasi necessario perché gli attori bravi ci sono, il tono è quello giusto e i pochi misteri seminati sono comunque affascinanti, ed è quindi l’occasione per fare finalmente bene con un questo materiale, i fans e il mito di Spider-Man lo meritano. Come detto il problema è all’origine, nella fretta di raccontata una storia nota dopo soli 5 anni. Certo, così fanno anche i fumetti, con le uscite che si susseguono e continue nuove ripartenze, ma il cinema è un medium completamente diverso: un fan acquista il fumetto e probabilmente lo divora il giorno stesso, lo coccola un po’, gli rimane in testa qualche giorno, magari lo rilegge anche più di una volta, ma poi lo ripone nello scaffale e una settimana o un mese dopo acquista un nuovo numero. Un singolo film invece, buono o brutto che sia, tra annunci, pre-produzione, riprese, post-produzione, trailer, immagini, uscita, box office, interviste, reazioni, eventuali premi e dvd, rimane nell’immaginario collettivo per almeno 2 anni interi. Azzeccare i tempi al cinema, un medium che si basa tutto sulla creatività e visionarietà, è a dir poco fondamentale.

stellastellamezza_stellano_stellano_stella

Posted in

Lascia un commento