Cosmopolis di David Cronenberg, con Robert Pattinson, Paul Giamatti, Kevin Durand, Sarah Gadon, Juliette Binoche, Samantha Morton. Canada 2012
di Emanuele D’Aniello
David Cronenberg è tornato. O meglio, il vecchio Cronenberg è tornato. Perchè precisiamo, il regista canadese fortunatamente non se ne è mai andato: l’ultimo A Dangerous Method era si deludente e convenzionalmente piatto, ma A History of Violence prima e La Promessa dell’Assassino era due ottimi, grandi film. Ma in questo nuovo lavoro ritroviamo finalmente dopo tanto tempo il vecchio Cronenberg: momenti surreali, scene estreme, sesso, violenza, l’ossessione per i corpi, la grande capacità di stupire, l’abilità di sconvolgere e anche risultare indigesto a buona parte del suo stesso pubblico, l’incredibile capacità di parlare alle generazioni cinematografiche del futuro risultando avanti di chissà quanti anni.
Cosmopolis è davvero un film difficile, che può essere adorato o odiato alla stessa maniera senza mezze misure, soprattutto risulta impossibile da valutare ora. Il voto alla fine della recensione, a differenza delle precedenti occasioni, è estremamente simbolico, perchè il vero valore di questo film si potrà capire solo dopo molte visioni, e soprattutto dopo 2, 3, magari 5 anni. Cronenberg è sempre stato un precursore dal punto di vista cinematografico, ora lo diventa anche socialmente: il romanzo originale di Don DeLillo è di dieci anni fa, il regista ha iniziato a lavorare a questo film tre anni fa, eppure alzi la mano chi nella scena delle proteste in strada non ha rivisto il movimento Occupy Wall Street esploso la scorsa estate.Cosmopolis è il primo film nella storia del cinema in ordine di tempo a trattare questo argomento, e non è merito da poco. In realtà il film parla di tante, tantissime cose, su tutti il capitalismo come epitome della decadenza morale che vediamo e soprattutto sentiamo in un fiume di parole. Già in A Dangerous Methodsi parlava tanto, sicuramente troppo, ma se lì i dialoghi intellettuali diventano alla lunga noiosi, qui ogni parola va misurata e riascoltata minimo tre volte: sono dialoghi interessanti, metaforici, criptici, ermetici, e nascondono un malessere evidente. C’è un elemento che infatti regna incontrastato nel film: il caos. Un disordine interiore al protagonista che si esteriorizza a tutta la società circostante.
Il primo e l’ultimo fotogramma non potrebbero essere più diversi, eppure non sono trascorse nemmeno 24 ore intere nella vita del protagonista, a dimostrazione che il mondo moderno disintegra tutto in poco tempo, seguendo il motto “tutto e subito”. Erick Packer è l’Ulisse di Joyce che incontra il Gordon Gekko diWall Street, e mai incontro potrebbe essere più deflagrante: il suo è un percorso a ritroso non per ritrovare se stesso, ma per abbracciare la totale decadenza in maniera del tutto volontaria. Quello che all’inizio è controllo, ordine, numeri, grafici, orari e luoghi, pian piano diventa disordine, anarchia, proteste, distruzione, vandalismi e morte. I mutamenti e le mutilazioni che percorrono tutto il cinema di Cronenberg qui sembrano una cosa da poco, ma in un contesto simile anche una prostata asimmetrica o un taglio di capelli fatto a metà bastano a ricordare che non si può controllare tutto della vita, non serve a nulla rinchiudersi in una limousine e rimanere distanti dal mondo reale (come fanno i grandi signori dell’economia mondiale). Non si può controllare alcuna cosa, perchè in realtà le cose nemmeno ci sono materialmente: si parla di miliardi e di ricchezza ma non si vedono mai soldi, nulla è concreto, tutto è digitale, si può perdere tutto in un battito di ciglia senza perdere nulla materialmente. Vediamo una ricchezza concreta ma in un mondo completamente astratto, con gente sconnessa dalla realtà delle cose. La cupezza e il pessimismo strisciante del film è evidente, l’ossessione della morte di Erick Packer è asfissiante, ma in un mondo così confuso e spettrale l’asimmetria non va evitata, casomai abbracciata e accettata in ogni sua componente. Questo alla fine Packer lo capisce ed è lui che asseconda il suo destino, in un quarto d’ora finale che andrebbe preso e consegnato alle scuole da cinema per essere studiato, analizzato, vivisezionato e ascoltato più e più volte. Ogni frase e ogni parola ha il suo peso. L’atteso incontro faccia a faccia tra capitalista e oppositore, con quel “mi dovevi salvare” che risuona tristemente simbolico: non sono due mondi che si scontrano, non sono due scuole di intendere la vita che si affrontano, sono in realtà due errori che finiranno per fondersi ed esplodere. Altri autori, volendo fare gli imparziali e i filosofi, avrebbero detto “hanno entrambi un po’ ragione e un po’ torto”. Cronenberg, che peli sulla lingua non li ha mai avuti, non usa filtri e ci sbatte in faccia il fatto che entrambi hanno torto e il mondo ne pagherà le conseguenze. Dopotutto, come dice un passaggio del film, non sono i movimenti di protesta anti-capitalismo solo un’altra parte dello stesso sistema capitalista?
Non deve stupire la presenza per un ruolo così delicato di Robert Pattinson, con un volto e una fisicità perfetta per un regista fissato con i corpi, carismatico e freddo al punto giusto, perfettamente funzionale per una parte che lo libera definitivamente dalle catene dei teen-movie vampireschi per gettarlo nel grande cinema degli adulti (anche se, quando nel finale entra in scena un mostro di bravura come Paul Giamatti, quest’ultimo diventa il mattatore inarrestabile). Anche Pattinson fa parte di quel calderone che Cronenberg ha preparato, con tutte le imperfezioni e gli eccessi, i giri su se stesso e le metafore di troppo, come a voler dire allo spettatore “per anni avete implorato che rifacessi questo cinema, ora vediamo se siete in grado di reggerlo e capirlo”. Per sapere il risultato di un’opera così complessa e tremendamente contemporanea come detto bisogna avere il giusto distacco temporale, per ora accontentiamoci di un film coraggioso nelle intenzioni e sfacciato nelle contraddizioni, il primo grande film di questo 2012.


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