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Molto Forte, Incredibilmente Vicino (Extremely Loud, Incredibly Close)  di Stephen Daldry, con Thomas Horn, Max Von Sydow, Tom Hanks, Sandra Bullock, Viola Davis, Jeffrey Wright, John Goodman.   USA 2011

di Emanuele D’Aniello

Lo scorso anno, più o meno in questo stesso periodo e poi per molti mesi, il sottoscritto iniziava ad indicareMolto Forte Incredibilmente Vicino come naturale favorito a vincere nella notte degli Oscar, ovviamente senza averne visto nemmeno una immagine. Poi è passato il tempo, il film è uscito, l’interesse è crollato, eThe Artist vinse i premi maggiori. Eppure, il film di Stephen Daldry, a dispetto delle opinioni di tutti gli esperti del settore pochi giorni prima l’annuncio ufficiale, strappò una sorprendente nomination per il Miglior Film. Pur sbagliandomi, un fondo di ragione lo avevo trovato. Motivo? E’ il classico film strappalacrime con un tema di fondo importante, e grandi nomi nel biglietto da visita, che tutti additano come gigantesca esca per i vecchi giurati dell’Academy, e prontamente ci cascano sempre.

Perchè, spiace dirlo, il film è una grande montatura, un’opera confezionata, artificiale, iper-costruita, ricamata a puntino per far commuovere il pubblico e ottenere premi. Dopotutto tra le lacrime, persi nel sentimento più universale che ci sia, la commozione, è difficile riconoscere un film buono da un altro. Che poi ad essere precisi non ci troviamo di fronte ad un brutto film, ma ad un film che manca totalmente di sincerità, e quando si vuole raccontare una storia tragica, la sincerità è fondamentale. Il film prende spunto dall’omonimo romanzo di Jonathan Safran Foer, un’opera complessa e stratificata, difficile da adattare per il cinema: la portata universale delle storie narrate nel libro viene qui limitata solo alle conseguenze della scomparsa del padre del protagonista nei tragici attentati del 11 settembre 2001, i toni sopra le righe della narrazione scritta sono edulcorati e ammorbiditi nella maniera più hollywoodiana possibile, nel senso dispregiativo del termine. Tutto è piatto e convenzionale, perchè il fine è solo la lacrima. Assistiamo quindi alla storia di Oskar, come detto un ragazzo che ha perso il padre durante l’attentato alle Torri Gemelle, e alla sua corsa per tutta New York per trovare la serratura adatta ad una chiave che il padre gli ha lasciato, unico indizio il cognome Black scritto su un biglietto. Daldry non decide mai di costruire veramente un microcosmo di storie e racconti, lascia l’attenzione solo sulla tragedia del protagonista, evitando il senso di dolore collettivo alla base del libro. Certo, non è la prima volta che al cinema vediamo una simile operazione narrativa: quando si vuole affrontare un evento tragico, immenso, notissimo, ci si concentra su individui colpiti da quell’evento, si segue una storia parallela che finisce in maniera felice, fornendo così allo spettatore una sorta di catarsi positiva dal tragico evento di partenza. Ma al film questa operazione non riesce, colpa della sceneggiatura di Eric Roth (che dopo Forrest Gump e Benjamin Button conferma la propria fissazione nel raccontare stravaganti viaggi personali e fisici di altrettanto bizzarri personaggi), colpa di numerosi dialoghi e situazioni infarciti di retorica, colpa della recitazione melensa e lasciva di Sandra Bullock e Tom Hanks (è ormai evidente che l’ex giovane prodigio si è stancato di fare l’attore), colpa del modo semplicistico con cui la vicenda è trattata fino ai minuti finali.

Tempo fa analizzando War Horse si parlava di “manipolazione dei sentimenti” e qua di esempi ne abbiamo a non finire: protagonista un bambino, oltretutto orfano di padre, per giunta chiaramente affetto dalla Sindrome di Asperger, che combatte contro i fantasmi del 11 settembre. Certo, chiunque si scioglie in lacrime quando il film presenta una scena con gli ultimi 5 messaggi lasciati in segreteria dal padre al figlio, ma il troppo diventa stucchevole. Ed è un peccato, perchè il film qualche spunto interessante lo ha, soprattutto quando esce dalla retorica forzata e ritorna alle pagine del romanzo, come tutta la parte centrale che vede l’incontro e l’amicizia tra il piccolo Oskar e un misterioso anziano vicino di casa, muto, che ha un SI e un NO scritti sulle mani per rispondere alle domande. Sarà per il magnetismo di un monumentale Max Von Sydow, lui si in grado di far sciogliere lo spettatore solo con le espressioni senza mai parlare, sarà per la perfetta alchimia che si crea col piccolo Thomas Horn (una rivelazione, bravissimo alla sua età a dipingere un personaggio unico e spigoloso senza mai andare sopra le righe, fermandosi ad un passo prima che diventi troppo fastidioso), ma le loro scene sono piene di energia e curiosità, tenere al punto giusto, ed è davvero piacevolissimo seguire due persone così diverse ma unite che vagano per una grande città, prendono la metropolitana e bussano alle porte, non sempre con esiti fortunati. Per qualche minuto, sembra davvero di assistere ad un altro film. Poi una scena, una frase, un passaggio musicale, ti suggeriscono che devi piangere, e capisci che la meraviglia è già finita. Ormai Stephen Daldry con Lasse Hallstrom è diventato il maestro del cinema più zuccheroso possibile, e non è certo un bene.

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