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Margin Call di JC Chandor, con Zachary Quinto, Kevin Spacey, Paul Bettany, Demi Moore, Simon Baker, Stanley Tucci, Jeremy Irons.  USA 2011

di Emanuele D’Aniello

Se c’è una cosa davvero difficile da fare al cinema, indubbiamente questa è parlare e affrontare il mondo attuale, i suoi problemi e le sue invisibili soluzioni. Ma se c’è un grande merito che va riconosciuto al cinema americano, che troppo spesso viene visto da alcuni snob europei solo come grande spettacolo ed industria d’intrattenimento, è la capacità di mostrare i propri problemi, affrontarli e fare una feroce critica su più livelli, senza mai nascondersi. Una volta il cinema d’impegno civile era una squisitezza italiana con la grande stagione degli anni ’70. Negli Stati Uniti questa moda non è mai passata, ma siamo passati dalla critica al sistema politico alla critica alle istituzioni economiche.

JC Chandor scrivere e dirige uno dei migliori debutti cinematografici negli ultimi anni per stile, originalità, attenzione e lucidità. Si inserisce in un solco già tracciato da altri, ma mai la critica al mondo di Wall Street era stata così forte. E attenzione, non feroce: il film non ha bisogno di essere aggressivo, non vuole a tutti i costi mettere sul patibolo i protagonisti, non vuole partire da un presupposto per non abbandonarlo mai. In sostanza, non soffre dell’arroganza di Capitalism: A Love Story di Michael Moore, non diventa didascalico come Too Big To Fail, non ha la necessità di essere cool a tutti i costi come Wall Street 2, non ha bisogno del realismo dell’ottimo documentario Inside Job. Il motivo? La storia di quei giorni, di come si è arrivati all’esplosione della crisi economica, dello scandalo che ha infettato tutti i vertici economici americani, ha la sua forza, parla per se stessa, basta semplicemente analizzarla ed a qualsiasi essere umano dotato di intelligenza si gelerà il sangue. In tutto questo, Chandor ha la bravura di confezionare il film nel modo più cinematografico possibile, con ritmo da thriller che tiene incollati davanti allo schermo, don dialoghi brillanti e mozzafiato, semplici ma mai banali, raccontando in tempo reale le 24 ore che hanno preceduto e poi spalancato le porte al collasso dell’economia americana. Ci appassioniamo ai personaggi, le cui storie e conflitti morali diventano lo specchio per qualcosa di molto più grande che sta per arrivare. Non è un film cupo, ma si percepisce la pesantezza e l’inquietudine di un periodo che segnerà per sempre la storia. Il microcosmo di Wall Street al cinema è sempre stato tante cose, quasi sempre cinico ed egoista, ma mai così spettrale e così poco affascinante.

Oltretutto, è piacevole per un appassionato di cinema veder recitare così bene ogni singolo attore. Spesso si dice che un grande attore rende al meglio solo quando può recitare un grande copione, e qui abbiamo la prova lampante. Con un cast corale di volti noti e meno noti, nessun attore anche apparendo per pochi minuti sbaglia una sola scena o battuta. Zachary Quinto e Paul Bettany sono efficacissimi come giovani rampanti sorpresi dalle loro stesse armi e ributtati malamente nella realtà, Demi Moore e Simon Baker sono bravissimi a rappresentare gli affaristi schiacciati dal peso delle loro gesta, Stanley Tucci sempre perfetto racchiude al meglio la disillusione di un intero mondo che si risveglia troppo tardi. Chi eccelle però sono Kevin Spacey e Jeremy Irons: il primo firma la sua miglior performance da anni e anni, il secondo anche se per pochi minuti recita con un carisma e un fascino immenso, tale da poterlo stare a sentire anche per ore. Il film ha tanti meriti, su tutti quello di riuscire a trattare con grande acume un argomento di cui il mondo soffre tuttora, e quello di riuscire a creare forse un sottogenere, il thriller economico, in cui i numeri e i diagrammi sostituiscono i proiettili. Sicuramente è puro cinema, riesce ad appassionare e colpire a fondo. Se pensiamo che tutto questo proviene dalla visione di un esordiente, ed è soltanto uno dei tanti che ogni anni vengono scoperti e lanciati, vuol dire che il futuro del cinema, a differenza del futuro di Wall Street, è davvero in buone mani.

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