Dark Shadows di Tim Burton, con Johnny Depp, Michelle Pfeiffer, Eva Green, Helena Bonham Carter, Jonny Lee Miller, Bella Heathcote, Chloe Grace Moretz, Jackie Earle Haley. USA 2012
di Emanuele D’Aniello
Scorrendo e rivedendo la filmografia di Tim Burton, alcuni dubbi vengono naturali. Una carriera costellata da successi e tonfi, buoni film e disastri, diversi alti e molti bassi. E i lavori degli ultimi anni fanno davvero pendere la bilancia verso il lato negativo. Al che viene da chiedersi: ma Tim Burton è davvero un grande regista? Certo, questa più che altro è una provocazione, un sasso lanciato nello stagno per agitare le acque e far nascere una discussione. Dark Shadows è un film che trasuda “burtonismo” anche in misura maggiore rispetto ad altre opere più note e nette, ma paradossalmente non risponde alla nostra domanda/provocazione. Casomai la valorizza ancora di più.
Il film è basato sull’omonima serie tv degli anni ’60, praticamente ignota fuori dai confini statunitensi, e racconta il risveglio del vampiro Barnabas Collins dopo 200 anni di maledizione inflittagli dalla strega Angelica: si ritrova nel 1972, col nemico di sempre, nuovi parenti, un amore da ritrovare e un mondo totalmente cambiato. Insomma, bastano poche righe e chiunque potrebbe dire “questo è materiale per Tim Burton”. Lo ha pensato soprattutto Johnny Depp, fan della serie tv, che ha chiamato l’amico regista e lo ha convinto a realizzare questo film. Quindi, primo indizio fondamentale per costruire il nostro percorso: questo per Burton è un film su commissione. Un film fatto e confezionato con una pedina famosa messa davanti alla cinepresa, una pedina altrettanto famosa messa dietro la cinepresa, e lo scrittore Seth Grahame-Smith incaricato della sceneggiatura. Recentemente in un’intervista Tim Burton ha dichiarato con estrema franchezza, testualmente, che nonostante il mestiere che fa e gli anni di esperienza ancora non sa riconoscere un buon copione nemmeno se glielo sbattono in faccia: direi che Dark Shadows è l’esempio definitivo di questa affermazione. Seth Grahame-Smith è l’autore del romanzo mash-up Orgoglio e Pregiudizio e Zombie, e dello script di quel La Leggenda del Cacciatore di Vampiri che uscirà in estate e si candida fin da ora come titolo trash del 2012. Con queste premesse non vogliamo infierire, ma i maggiori problemi del film sono tutti nella sceneggiatura. E non parliamo dell’umorismo che ha fatto infuriare i fans della serie originale (molto più horror e meno ironica) perchè in realtà è stata una scelta giusta e funzionale per gli interpreti a disposizione. Parliamo dell’assenza di una struttura (la storia va avanti a strappi), l’assenza di un approfondimento per i personaggi secondari, che nonostante il grande e numeroso cast fanno da mero contorno, e la confusione gestionale: esempio lampante è il personaggio di Victoria, fondamentale nella storia e centrale all’inizio, appare come una co-protagonista e invece nella parte centrale del film praticamente scompare. Le risate non mancano, il film diverte anche, ma è fondato su un umorismo semplice e si regge totalmente sulle spalle di Johnny Depp, su cui bisognerebbe aprire una parentesi a parte: un attore prigioniero di se stesso, lo vediamo interpretare continuamente lo stesso ruolo. Anche nel recente e dimenticabile The Rum Diary Depp ha dimostrato che quando vuole sa ancora essere il grande attore che è, soprattutto per il suo innato carisma, ma quando si dedica alla commedia ormai è semplicemente “Johnny Depp che fa le faccine buffe”. Perlomeno, ridona dignità alla figura del vampiro: nel mondo del cinema (e non solo) attuale dominato da vampiri che sembrano modelli di intimo, è quasi commovente rivedere un vampiro pallido, rigido nella postura, che brucia al sole e ha le dita lunghe come ilNosferatu di Murnau. Sono piccole soddisfazioni.
Questo discorso serve a rispondere, o almeno tentare di farlo, alla domanda iniziale: Tim Burton è un buon regista. Perchè col materiale a disposizione fa il minimo sindacale e crea un film godibile con un’atmosfera che solo lui conosce. Riesce a mischiare i toni, passando senza problemi dal gotico al gusto puramente pop, dal romanticismo allo scenario da soap-opera. Soprattutto, ed è la sua miglior caratteristica, lavora per immagini e trovate visive particolari, senza mai deragliare nel kitsch. Ma come detto in apertura, tentare di obiettare alla domanda/provocazione iniziale rischia anche di rafforzarla. Perchè Burton lavora troppo per immagini e perde di vista il cuore della storia: Dark Shadows è un film che dietro le trovate visive e le battute simpatiche manca totalmente di sostanza. Il problema è Burton stesso, un regista che si è del tutto standardizzato. Burton come altri colleghi è diventato in tutto e per tutto un brand da vendere ed esportare, un marchio dai chiari tratti distintivi che tutti possono riconoscere: un tempo era l’autore meno convenzionale, ora uno dei più prevedibili. Sia chiaro, Tim Burton a differenza di quello che molti credono è sempre stato un autore e un regista mainstream, senza intendere questo termine come una parolaccia: nasce come disegnatore della Disney, firma con Batman il più grande incasso per un film di supereroi fino ad allora, è sempre tra i primi titoli al botteghino, gli studi lo chiamano per affidargli celebri franchise. Burton è sempre stato dark ma meno cupo di quanto si possa supporre, ha sempre lavorato con i generi e gli stereotipi classici del cinema: basti pensare che anche il suo capolavoro Edward Mani di Forbice, se ci pensiamo bene, alla radice è un teen movie iper-romantico come molti altri, in cui la biondissima di turno molla i bulli e finisce per innamorarsi dello strambo nuovo arrivato. Ma in questi film, anche nelle storie più semplici, la sostanza c’è sempre stata, Burton ha sempre messo la sua forte carica eversiva, una voglia di rivalsa del diverso e del freak, una voglia di emergere e lottare contro un conformismo che schiaccia e omologa tutto e tutti. Purtroppo questo lato manca in Dark Shadows, manca in molti suoi film recenti, e quindi emerge solo Burton come brand, quello dei personaggi strambi, dei colori scuri, del contrasto divertente tra moderno e vintage spesso anni ’70. E in questo senso l’orripilante Alice in Wolderland ha fatto male non solo a noi spettatori che abbiamo dovuto digerirlo, ma ha fatto più male alla sensibilità artistica del regista.
Non potendo quindi rispondere degnamente alla nostra provocazione, non resta che goderci i migliori film di Burton, in cui Dark Shadows probabilmente non rientra: diverte ma non lascia il segno, non è così spettacolare e avvincente da lasciarti ammirato, non è così cupo o particolare da diventare un piccolo cult. Forse, più che fare film sbagliati, la cosa peggiore per un regista è consegnarsi alla mediocrità.



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