Rush di Ron Howard, con Chris Hemsworth, Daniel Bruhl, Alexandra Maria Lara, Olivia Wilde, Pierfrancesco Favino. USA/Gran Bretagna/Germania 2013
di Emanuele D’Aniello
C’è da ammettere che i film sportivi raramente falliscono al cinema. E non è un caso, perchè nello sport si trova quella componente emozionale, personaggi così affascinanti, gli episodi più incredibili, le rinascite e le delusioni, le sconfitte che diventano vittorie e viceversa, quelle rivalità da immortalare, componenti decisive nello scaldare il cuore degli spettatori. Rush non fa appunto eccezione. Inoltre, spesso e volentieri un film sportivo piace anche a chi non ama lo sport soggetto del film, e questo è il caso di Rush, dove non è importante la passione per la Formula 1, perchè a prescindere dallo sport rappresentato, questa è la storia della rivalità tra due uomini.
E’ la seconda volta che Peter Morgan scrive un film per Ron Howard, e già nella precedente occasione si trattava di una biografia, e si trattava sempre di una rivalità. Frost/Nixon infatti era a tutti gli effetti il racconto del duello faccia a faccia tra il giornalista David Frost e l’ex presidente americano Richard Nixon, una vera e propria sfida tra i due. Ora ovviamente il contesto è completamente diverso, si passa dal giornalismo allo sport, e anche il modo di raccontare la rivalità è diverso. Lì si consumava uno scontro decisivo costruito nel tempo, qui la rivalità è diluita in più anni, trovando quel sapore di sfida epica e infinita alla base di qualunque romanzo sportivo. Cosa più importante, e vera arma vincente del film, la rivalità è costruita tramite la rappresentazione e l’approfondimento dei personaggi. Niki Lauda e James Hunt, prima ancora di diventare leggenda nella vita, e prima ancora di diventare personaggi di un film, sono due essere umani autentici, con sogni e debolezze. Non c’è un cattivo e un buono in questa storia, ma due uomini motivati a raggiungere il medesimo obiettivo. Hunt è il tipico giovane inglese degli anni ’60/’70, sfrontato, divertente, arrogante, un playboy incallito che cede ad ogni tipo di vizio. Lauda è naturalmente l’opposto, un austriaco metodico, determinato, serio, talmente puntiglioso da risultare antipatico a molti. Paradossalmente, è il primo ad avere la vera passione per la corsa, che però usa solo come strumento per arrivare al successo, mentre l’austriaco semplicemente vede quello della guida come il suo unico talento, e quindi lo asseconda. A primo impatto potrebbe sembrare una descrizione semplicistica dei personaggi per arrivare al classico punto “i due lati opposti della stessa medaglia”, ma in realtà Lauda e Hunt nel film sono molto di più: due mondi, due pensieri, che funzionano proprio perchè si definiscono a vicenda, all’azione di uno corrisponde sempre la reazione dell’altro.
La sceneggiatura di Morgan è perfetta, ricca di dialoghi brillanti, situazioni divertenti e spunti di riflessione, tesissima, con due personaggi costruiti magistralmente. Così è anche più facile recitare per i due protagonisti. Daniel Bruhl regala indubbiamente una delle migliori performance dell’anno, il suo Lauda è ostinato ma emotivo, capace di comunicare tantissimo con lo sguardo o col movimento degli occhi, svelando un cuore dietro la più classica tenacia di un austriaco di ferro. Non raggiunge il livello del citato collega, ma anche Chris Hemsworth è da applausi, forse la vera rivelazione del film. Abituati a Thor e altri film puramente commerciali non ci eravamo mai accorti del talento del ragazzo, ma qui Hemsworth non sbaglia mai una riga, a suo agio quando Hunt è un buffone, perfettamente concentrato e carismatico quando si richiede un cambio drammatico. Una sceneggiatura e una recitazione che aiutano moltissimo la regia di Howard, altra sorpresa: solitamente il regista americano è uno dei più classici in circolazione, qui invece procede a briglia sciolta giocando col montaggio e gli effetti sonori, costruendo una storia avvincente e raccontata con gran ritmo dall’inizio alla fine, evitando ogni calo anche quando il momento potrebbe richiederlo (forse infatti un maggior attenzione al senso di colpa di Hunt dopo l’incidente di Lauda avrebbe dato ancora più pathos all’atto finale). La musica potente di Hans Zimmer e la bellissima fotografia di Anthony Dod Matle, scura, sporca, che sembra davvero uscita direttamente dagli anni ’70, completano il quadro.
Ma Rush è un gran film soprattutto perchè, oltre alla rivalità, racconta un elemento fondamentale e intrinseco della Formula 1: la coscienza della morte. La ricostruzione d’epoca è fedelissima, sempre attenta nel ricordare il mondo degli anni anni ’70 in cui la F1 era un vero far west, con pochissime protezioni e piloti davvero eccessivi, ed è quella atmosfera nefasta sempre presente a dare al film un tocco notevolissimo. Rush parla anche e soprattutto della morte, con grande disagio e pure con epicità. La morte nel film è quel contratto faustiano che tutti i piloti accettano e firmano quando salgono in macchina, quel brivido che i piloti quasi bramano per essere ancora più vivi, in alcuni addirittura una meta da raggiungere per toccare una paradossale gloria eterna. E’ quel pensiero ossessivo (Lauda ripete continuamente che c’è un 20% di probabilità di morire in pista) che motiva ma fa anche riflettere, nel caso dell’austriaco. Quel sapore che è capace di trasformare una vittoria in una sconfitta, nel caso dell’inglese. E tutto questo, Rush lo trasmette benissimo.


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