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Thor: The Dark World di Alan Taylor, con Chris Hemsworth, Natalie Portman, Tom Hiddleston, Anthony Hopkins, Stellan Skarsgaard, Christopher Eccleston, Renè Russo, Idris Elba, Zachary Levy, Ray Stevenson, Jamie Alexander, Kat Dennings, Chris O’Dowd   USA 2013

di Emanuele D’Aniello

Sia chiaro, hanno ragione loro. A vedere gli incassi mostruosi di ogni singolo film (e non solo, pensiamo un attimo al merchandising) vincono sempre loro, sono autorizzati a continuare così, fanno bene a non cambiare e nemmeno a rischiare. Il problema, ovviamente, è tutto nostro: in base alla premessa iniziale, dobbiamo continuare a criticare simili film oppure ci dobbiamo rassegnare all’idea che questi sono gli standard abituali della Marvel, e quindi cambiare la nostra prospettiva di giudizio?

Thor: The Dark World dopotutto è l’ennesima conferma che il business cinematografico della Marvel non è quello dei supereroi o comic-book movie, ma principalmente quello delle commedie d’azione. Chiunque abbia mai letto o anche solo sfogliato un fumetto di qualsiasi casa editrice e di qualsiasi nazione sa benissimo che, nonostante il mondo fatato in cui le storie sono ambientate e la narrazione apparentemente semplice, i temi affrontati sono spesso complessi ed i personaggi molto sfaccettati. Non si tratta di essere dark a tutti i costi, non è questo il discorso, ma semplicemente essere rispettosi dello spirito del fumetto. E ancora una volta, la Marvel ci rifila invece una vera e propria commedia d’azione. E ancora una volta, leggendo i dati del box office, hanno ragione loro. Senza rischiare, senza cambiare, con la ricetta del successo ormai standardizzata, più che a film ci ritroviamo di fronte episodi di una lunga serie, in cui le storie si assomigliano, le dinamiche narrative pure, e la risoluzione è sempre la stessa. Vedi un film della Marvel e li hai visti tutti.

Ma guardando più nello specifico, vale a dire alla stessa serie di Thor, sembra quasi che il compito che si sia dato questo sequel è quello di appiattire le linee di interesse del film. Definire questo paradossale è un eufemismo. Il primo film, per quanto appena sufficiente, aveva il grande merito di costruire un mondo e dare spessore a tutte le vicende raccontate. Non a caso il regista era Kenneth Branagh, e ancora meno a caso tutte le parti migliori del primo film era quelle asgardiane, di chiarissima ispirazione shakespeariana. Fatto fuori Branagh, un autore dalla voce forte e dalle idee molto precise, in questo sequel la regia è stata affidata a Alan Taylor, un onestissimo mestierante dal curriculum stracolmo di regie televisive, il classico regista che non crea la storia, ma che chiami per affidare la tua sceneggiatura e sai che sempre e comunque, senza domande o personalismi, porta a caso il compito. In poche parole bisognava quindi appiattire, semplificare, ricondurre le vicende in binari più canonici. Via ogni complessità, via ogni eco shakespeariana o da tragedia greca, l’Asgard di Taylor ricorda un misto tra la Terra di Mezzo e un mondo fiabesco più che il regno nordico di Odino, inserendo pure delle astronavi iper-tecnologiche che stonano non poco.

E non apriamo il capitolo dei personaggi: Anthony Hopkins, Idris Elba, Ray Stevenson sono sottoutilizzati in maniera criminale, Stellan Skarsgaard è costretto a diventare un comic relief, la Jane Foster di Natalie Portman è praticamente assente e nella lunga parte centrale si trasforma nella più tipica damigella da salvare, l’interessante accenno ad un ipotetico triangolo amoroso tra Thor, Jane e Sif, che per quanto poco originale avrebbe avuto sicuramente qualcosa da dire, rimane solo sulla carta e non viene mai esplorato. E poi, vogliamo parlare un attimo dei cattivi? Ma è mai possibile che i film della Marvel non sappiamo mai costruire dei cattivi all’altezza, perlomeno non monodimensionali? In 8 film, l’unico cattivo interessante creato è stato Loki (l’uso pessimo di villains iconici come Teschio Rosso e soprattutto del Mandarino ancora grida vendetta) che non a caso è qui alla sua terza apparizione, e sinceramente molto più che al personaggio questa longevità si deve alla bravura di Tom Hiddleston e alla perfetta chimica con Chris Hemsworth, un altro che sopperisce a tutto con la presenza scenica. Ancora una volta, il villain è monodimensionale, poco sviluppato, quasi mai reso veramente minaccioso e soprattutto mai interessante, mosso da intenti ridicoli e non proprio originalissimi (un portale che si apre sulla Terra permettendo un’invasione aliena….ma non avevamo già visto in The Avengers?). Certo, creare un cattivo serio e convincente da opporre ad un personaggio dai poteri immensi e apparentemente invincibile come Thor non è mai facile, ma non si può nemmeno ricorrere sempre e solo al minimo indispensabile.

E così anche Thor: The Dark World passa agli archivi. Con i suoi problemi, con le sue incongruenze di tono, con i momenti comici inseriti nelle scene serie andando ad uccidere qualsiasi credibilità. E tutto questo si può trovare in ogni film Marvel. E alla fine, sempre e comunque, saranno loro a vincere. Forse è davvero arrivato il momento in cui dobbiamo imparare ad accontentarci.

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