Il Passato (Le Passé) di Ashgar Farhadi, con Berenice Bejo, Alì Mossafa, Tahar Rahim Iran/Francia 2013
di Emanuele D’Aniello
Due anni fa Una Separazione si abbatté come un ciclone nel mondo del cinema, iniziando a vincere premi su premi da gennaio al festival di Berlino fino al gennaio successivo con gli Oscar. Da quel momento, nessuno ha più dimenticato il nome di Ashfar Farhadi, autore iraniano che pur essendo al suo terzo film, con Una Separazione è come se avesse firmato un nuovo debutto, stavolta molto più importante. Ora il suo nuovo film Il Passato è la conferma di un talento infinito, di una grandissima abilità nel costruire storie intrecciate e dare vita a personaggi profondamente tormentati, utilizzando temi che più universali non si può.
Ancora una volta, si parte da un divorzio. Se in Una Separazione il divorzio era il tema principale, che diventava poi metafora di una spaccatura sia personale sia sociale, ora in Il Passato il divorzio è il punto di partenza per mostrare come la vita possa prendere pieghe inaspettate, e raramente positive. Farhadi sposta le sue vicende dall’Iran alla Francia, ma la sostanza non cambia, perchè pur essendo diverso il tessuto sociale e culturale, il divorzio è sempre un momento di disintegrazione dell’unità vitale. Ed è proprio la vita quella che racconta il film, con i suoi compromessi, le difficoltà, le paure, i segreti e le bugie, le verità nascoste e le contraddizioni, intrecciando e sovrapponendo ogni sentimento. Non c’è uno schema o un codice morale seguito dai protagonisti, ma semplicemente il trascinante flusso delle emozioni. Farhadi dimostra di essere un grande regista, costruendo momenti carichi di tensione, alternando il ritmo ed imprigionando i suoi attori spesso in spazi chiusi, ma soprattutto Farhadi si conferma un fantastico sceneggiatore, provando a chi ancora avesse dubbi che un film non può non prescindere dalla scrittura. Qualsiasi altro regista, con i temi affrontati in questo film, avrebbe corso il rischio di scivolare molto facilmente nella soap-opera, invece l’autore iraniano, sfruttando comunque quell’impianto, realizza essenzialmente e intimamente un thriller: la storia è piena di tensione, i colpi di scena si susseguono, gli indizi e le rivelazioni vengono fuori con un effetto domino continuo. Il film si apre davanti ai nostri occhi come una scatola cinese, siamo noi a dover capire quello che vediamo e non la storia a spiegarci ogni singolo dettaglio. All’inizio non sappiamo se i protagonisti sono sposati o no, non sappiamo se i bambini sono figli dei due o di altre persone, non conosciamo la relazione tra i singoli personaggi. La matassa si dipana pian piano, come un puzzle che costruiamo pezzo dopo pezzo.
Lo spettatore si deve districare in una rete fatta di emozioni e stati d’animo, e al tempo stesso è chiamato a mutare continuamente prospettiva sulla storia e sui personaggi. Come in Una Separazione, dove nessuno era sincero, anche qui i personaggi agiscono sempre mossi da istinti e mai con l’intenzione di essere bianchi o neri: un minuto lo spettatore simpatizza per uno, due minuti dopo per un altro, dieci minuti dopo crede a uno e poco dopo crede invece all’altro. Non ci sono buoni e cattivi, soprattutto non ci sono vittime e colpevoli. E Farhadi ha trovato anche il cast adatto a portare in scena questa mutevolezza. Notevole il contributo dei due attori maschili, Ali Mossafa e Tahar Rahim, che alternano dolcezza a carisma, fragilità a risolutezza, ma sono le donne a risplendere: se Berenice Bejo è esplosa due anni con The Artist come diva muta, ora dotata finalmente di parola è una forza della natura, esplosiva e carica d’orgoglio; la giovanissima Pauline Burlet è la rivelazione, fantastica nel comunicare una miriade di sentimenti solo con gli occhi.
Senza dare mai soluzioni, ma sempre ponendo nuove domande, Farhadi crea un piccolo universo fatto di umanità e fragilità. L’ironia è assente, la speranza è poca, i dolori del passato si fanno incubi del presente, ma il processo d’empatia che si crea, tra emozioni e sentimenti viscerali, è trascinante. Dopotutto thriller, soap-opera, dramma….non sono tutte elementi che si trovano nel cinema come nella vita reale?



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