jobs

Jobs di Joshua Michael Stern, con Ashton Kutcher, Dermot Mulroney, James Woods, Matthew Modine, Josh Gad, JK Simmons.   USA 2013

di Emanuele D’Aniello

Negli ultimi anni, fortunatamente, anche il genere biografico si è evoluto per rimanere al passo con i tempi. Ormai sono pochissimi, e indubbiamente fuori moda, i biopic che narrano l’intero arco della vita del personaggio che si vuole celebrare, mentre sono molti quelli che scelgono di narrare un singolo episodio di vita, spesso il più significativo, e da lì partire per cogliere al meglio le caratteristiche del suo protagonista e costruire una metafora della sua intera esistenza. E’ per questo, per fare due banali esempi, che un film come Lincoln funziona e uno come J. Edgar no. Purtroppo, Jobs rientra nella seconda categoria di biopic.

Jobs, in due ore, ha l’ambizione di narrare l’intera esistenza del suo protagonista, centrifugando 30 anni di vita in una sequenza di scene e episodi che si succedono senza spiegazioni e soprattutto senza riflessioni. E nonostante scelga questo preciso approccio, il film finisce poi per omettere gli ultimi anni di vita di Jobs, quelli segnati dalla malattia, quelli quindi sicuramente più interessanti e emozionanti. E’ difficile comprendere una simile scelta, ma si può capire con una sola parola: fretta. Il film infatti è entrato in produzione subito dopo la morte del fondatore della Apple, è stato scritto a tempo di record e ha iniziato le riprese a nemmeno sei mesi dal decesso del personaggio ritratto. La voglia di sfruttare l’onda emozionale di quanto accaduto è chiara: nessuno si è fermato a pensare e costruire un film, ragionando su cosa fare e cosa raccontare, ma si è preferito buttarsi subito a capofitto nella storia, andando a prendere tutto quello che era possibile prendere.

In sostanza, Jobs è quello che si potrebbe definire un “film da wikipedia” perchè dice esattamente quello che qualsiasi persona potrebbe leggere su Jobs su un qualsiasi sito, giornale o enciclopedia. Non racconta nessun episodio nuovo, non li racconta in modo originale o approfondito, non li esplora e non ci fa capire perchè i personaggi agiscono in quel modo. In due ore di film, noi vediamo sempre e solo quello che Steve Jobs fa, ma mai quello che Steve Jobs è. Non impariamo a conoscerlo, non sappiamo perchè si comporta così, non sappiamo quello che pensa, non capiamo perchè verso il finale del film, improvvisamente da una scena all’altra, ha una nuova famiglia ed è magicamente diventato un santone calmo e riflessivo. Perlomeno la sceneggiatura si allontana dall’agiografia, il Jobs del film è infatti tutto meno che un uomo adorabile, ma la persona vera rimane un mistero. Lo Steve Jobs del film è un genio colpito da folgoranti idee, ossessionato dal lavoro e incapace di relazionarsi col prossimo. Ancora più delittuoso il ritratto degli altri personaggi, ad esempio Steve Wozniak: per quanto l’attore Josh Gad sia bravo e simpatico, e per quanto Wozniak sia stato fondamentale nella storia della Apple, e non solo, tanto quanto il suo più famoso collega, il Wozniak del film rimane meramente una spalla comica.

Si può imputare qualche colpa a Ashton Kutcher e alla sua scelta di casting? Forse, ma non troppa come qualcuno potrebbe immaginare. Kutcher indubbiamente ha sentito il peso del ruolo e si è impegnato molto, e la sua performance non è cattiva. Semplicemente, non ha il carisma per reggere un film importante e non ha il talento per interiorizzare le emozioni (ma come detto, il banale script non lo aiuta). Replica benissimo i gesti e i movimenti del vero Jobs, ma si ferma all’imitazione più che alla vera interpretazione. Questa è la chiave negativa del film, il rimanere in superficie, raccontare tutto ma alla fine niente, mostrare invece che approfondire. Jobs è il più classico dei biopic televisivi, ma come film del 2013, peraltro dedicato ad una figura così famosa e importante, è davvero un’occasione persa.

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