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Venere in Pelliccia (La vénus à la fourrure) di Roman Polanski, con Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric    Francia 2013

di Emanuele D’Aniello

Spesso e volentieri inserire elementi auto-biografici in un film può rivelarsi controproducente. Per un regista infatti il film può diventare a quel punto troppo personale, e quindi si perde la bussola del tema, oppure la vita reale può diventare più importante e ingombrante dell’opera di finzione. Questa seconda opzione è sicuramente il caso di Roman Polanski, la cui vita è ormai entrata nei fatta di cronaca. Ma il regista corre sempre questo rischio, consapevole anche del fatto che inserire tali elementi, a volte, è uno dei pochi modi utili a far risaltare una pellicola altrimenti fine a se stessa.

Questo può essere benissimo il caso diVenere in Pelliccia, un film che, pur essendo tratto da un’opera teatrale a sua volta ispirata ad un famosissimo romanzo dell’ottocento, sprizza cinema di Polanski da ogni singolo punto di vista. Il film tratta tutti temi cari al regista (la seduzione, il gioco di potere, la tensione umana, la sessualità spesso estrema, l’isolamento umano) e lo fa anche ambientato nel più tipico “spazio polanskiano” vale a dire un ambiente chiuso. Da sempre l’autore polacco ha giocato con la claustrofobia e la tensione che può portare uno spazio chiuso: Repulsion è un esempio di sconcertante bellezza, L’Inquilino del Terzo Piano è puro terrore all’interno di un condominio, e sostanzialmente anche Rosemary’s Baby è girato in un appartamento, e i fatti più sconvolgenti avvengono tutti dentro la medesima palazzina. Ancora di più,Venere in Pelliccia è praticamente un’opera gemella con il film precedente del regista, Carnage, perchè entrambi, oltre a esseri girati in un unico luogo chiuso, sono anche narrati in tempo reale. Non è un caso che questo suo impiego di un cinema claustrofobico sia aumentato nel momento in cui, proprio per i noti fatti di cronaca, Polanski non possa più lasciare la Svizzera per evitare di essere processato dagli USA: in sostanza, se il regista è un recluso nella vita, allora lo devono essere anche i suoi film e i suoi personaggi.

Ma gli elementi biografici non finiscono qui. Prendete i protagonisti e unici personaggi del film: Emmanuelle Seigner è l’attuale compagna nella vita reale del regista, e Mathieu Amalric è vestito, truccato e addirittura pettinato come Polanski da giovane. I due sono bravissimi, carismatici, la vera forza motrice del film, ma l’ombra ingombrante di un regista che voglia mettere se stesso in scena non se ne va mai. Certo, più che un problema o un reale difetto è soltanto un retrogusto amaro, perchè fortunatamente il film funziona: è godibile, ritmato, teso, divertente, ricco di dialoghi fulminanti e scambi ad effetto, con continui cambi di prospettiva e un affascinante scavo nella mente del protagonista maschile. E come detto, nei battibecchi i due attori sono davvero bravissimi. Ma il finale un po’ improvvisato e parecchio bizzarro dà l’impressionante di un film che, dopo aver girato intorno a se stesso per 90 minuti, lascia molto poco, con un apparente riscatto femminile di fronte al sessismo al sapore di beffa, considerando che alla regia c’è un uomo e anche con una precisa travagliata vita personale.

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