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Prisoners di Denis Villeneuve, con Hugh Jackman, Jake Gyllenhaal, Paul Dano, Melissa Leo, Terence Howard, Viola Davis, Maria Bello   USA 2013

di Emanuele D’Aniello

Denis Villeneuve, segnatevi il nome. Questo regista canadese si è fatto notare al grande pubblico due anni fa con La Donna che Canta, film francofono candidato all’Oscar come miglior film straniero, e ora conPrisoners, suo primo film americano, è arrivata l’esplosione. Questo film è la prova che un genere stra-abusato e inflazionato come il thriller, se mischiato a idee nuove, può ancora dare fortissimi pugni allo stomaco degli spettatori. Character drama, thriller, poliziesco, senza un canone preciso da rispettarePrisoners è un film adulto e maturo, dark e non convenzionale, come ormai al cinema non se ne fanno più.

Il film parte da una trama potentissima quanto scontata (la sparizione improvvisa di due bambine, l’indagine della polizia, l’arresto di un sospettato forse innocente o forse colpevole, il dolore delle famiglie delle bambine scomparse) per poi prendere altre strade e tramutarsi in qualcosa di più. Sono territori oscuri e difficili quelli in cui si muovePrisoners, che tra la forza della storia e un cielo costantemente plumbeo cementifica un’atmosfera sempre più opprimente: in 150 minuti di durata non c’è una sola virgola fuori posto, una scena inutile, un momento per sbadigliare, e non per il ritmo indiavolato, anzi, la dote maggiore del film è quella della pazienza, ma per la modalità con cui si viene schiacciati dalla vicenda. Villeneuve scardina la prassi del procedurale poliziesco, del cinema di rapimenti, ovvero la modalità di lotta contro il tempo con la ricerca forsennata della soluzione positiva che toglie il fiato, e anzi pazienta, riflette, esplora, si prende i suoi tempi, li allarga, li dilata, creando un clima sempre più rarefatto in cui il dolore trova spazio, può infilarsi più facilmente e si ramifica in maniera più devastante. E’ perfetto il bilanciamento tra thriller e dramma, con equilibrato spazio sia all’indagine classica sia alle reazione emotive dei personaggi; Villeneuve non tralascia mai gli elementi canonici del thriller, come nel finale, ma li usa per raggiungere e sviluppare un percorso personale.

Prisoners rimane essenzialmente la storia di due uomini, un padre dilaniato dal dolore disposto a tutto pur di riportare la figlia a casa, e un poliziotto afflitto e disilluso dalla vita e dalle responsabilità. Due personaggi simili ma lontanissimi, veri motori del film, per cui è facile empatizzare e provare la stessa sofferenza, attraverso i quali filtrano agli spettatori i dilemmi morali della storia. Personaggi che prendono vita grazie a due interpretazioni magistrali, perchè la riuscita e il successo del film appartengono a Villenuve tanto quanto a Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal. Quest’ultimo, scavato in volto e sempre al confine dall’esplosione nervosa, riesce a comunicare tantissimo solo tramite accenni ad un passato tormentato e ad un presente infelice, il cui senso di colpa e la voglia di riuscire in qualcosa si leggono in faccia dal primo all’ultimo. La sua è una talentuosa prova di puro metodo, in grado di interiorizzare il tormento del suo personaggio. Se però Gyllenhaal lavora in sottrazione, agli antipodi è l’interpretazione di Hugh Jackman, che sovraccarica il dolore fino a trasformarlo in rabbia devastante. L’attore australiano è noto per Wolverine, ma quel personaggio è un agnellino mansueto di fronte alla furia di questo padre alla ricerca della figlia. Lui è la colonna portante di tutte le complicazioni morali del film, che ti fanno comprendere le sue azioni, capire la totale perdità di razionalità, ma al tempo stesso ti fanno domandare fino a che punto potresti spingerti senza distruggere la propria coscienza, sempre se quel punto esiste davvero. Tra urla, pianti e occhi che comunicano più di ogni altra cosa, Hugh Jackman firma senza dubbio la miglior interpretazione della sua carriera, una prova maestosamente sconvolgente.

Due personaggi che incarnano un’America molto precisa, quella conservatrice, quella religiosa, quella favorevoli al possesso e uso di armi. Fin dalla primissima scena e battuta del film tutti identificherebbero questi valori col personaggio di Jackman. E allora Prisoners diventa anche e soprattutto una complicata e oscura lettura della società americana contemporanea, quella che ha smarrito i propri valori non perchè li dimenticati o sostituiti, ma perchè li ha estremizzati. Un paese che, tra guerre e paura costante del terrorismo, non sa più proteggere se stessa e il suo nucleo fondativo, la famiglia, e per reagire moralizza e accetta una pratica come la tortura. In questo la metafora del film non va affatto per il sottile. L’America in cui tutti sono “prisoners”, vale a dire prigionieri: chi delle proprie convinzioni, chi del proprio passato e di un presente opprimente, chi di un nemico vicino e silenzioso, chi dell’America stessa. E se questa lezione la impartisce un regista canadese, con un genere semplice e preciso come il thriller, col suo stile per nulla conciliante e soffocante, vuol dire davvero che il cinema come arte e come interpretazione sociologica è lo strumento più potente e universale che abbiamo a disposizione.

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