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Under The Skin di Jonathan Glazer, con Scarlett Johansson    Gran Bretagna 2014

di Emanuele D’Aniello

Negli ultimi anni è nato il genere dei cosiddetti mind bending movies, o meglio è nata questa definizione, una scelta fondamentale per catalogare quei film che, al termine della visione, fanno esclamare “cosa diavolo ho appena visto?”. Ecco, Under The Skin rientra a pieno titolo in questa categoria. Questo disclaimer è davvero necessario perchè il film non può certo soddisfare i regolari spettatori di cinema, trovandoci di fronte ad un sci-fi esistenziale dove l’atmosfera e l’ambiente sono i veri protagonisti, le parole sono pochissime e la trama è quasi assente.

Ma sinceramente, da un visionario come Jonathan Glazer non si poteva aspettare altro. Sono passati 12 anni dal suo primo film, e questo è soltanto il terzo nel curriculum, dando prova di essere un’artista a cui piace concentrarsi seriamente su qualcosa invece di fare quanti film possibili solo per il gusto di farli. E sicuramente gli incassi sono da un’altra parte. Ma questi dati non sono certo ciò che interessa Glazer, totalmente dedito ad intercettare un preciso senso di disagio degli spettatori nella maniera più astratta ma al tempo stesso profonda che possa esserci. Prendiamo la trama: un’entità aliena arriva sulla Terra ed inizia a nutrirsi di essere umani, ma pian piano, facendo conoscenza con gli uomini, inizia a provare sentimenti ed interrogarsi sulla propria natura. Semplice e lineare, oltretutto già molte volte visto al cinema. Ma già dall’inizio, quando il film non perde minimamente tempo a spiegare nulla dei perchè e dei come, si capisce che l’interesse di Glazer è dalla parte dell’esplorazione dei comportamenti umani (in questo senso è fondamentale l’uso di attori non professionisti), dell’atmosfera, dell’ambiente, ponendo la costruzione sui corpi e sugli sguardi dei vari personaggi incontrati.

Sicuramente l’approccio di Glazer è estetizzante, per molti potrò risultare addirittura pretestuoso. Eppure non è mai vacuo, perchè l’autore ha l’abilità di riempire e caricare ogni momento di sensazioni, spesso impercettibili, di rumori, di attimi rubati e sentimenti anche solo sfiorati. Under The Skin lavora con gli occhi, moltissimo con la testa. Prendete la prova ottima di Scarlett Johansson, qui al ruolo più difficile e singolare della propria carriera, che regala una performance sorprendente e molto calda pur essendo per forza di cose doverosamente algida e meccanica: il suo momento migliore è quando siede, da sola, in una caffetteria pronta a provare per la prima volta il cibo umano. E’ una scena essenziale, semplice, eppure l’attrice carica di mille sensazioni questo attimo.

Come detto, molto più della bravissima attrice, il vero protagonista del film è l’atmosfera. L’approccio meditativo della narrazione si sposa perfettamente con la carica di tensione costruita da Glazer, trasformando il film in un vero e proprio incubo cavalcato da un perfetto uso del sonoro e della particolarissima colonna sonora. Questa serie di elementi, a veder bene, potrebbero alienare più di uno spettatore, anche quelli più abituati ad opere così ermetiche. Parliamo dopotutto di un film più estremo del cinema di David Lynch, perchè quest’ultimo infonde spesso alle sue opere un po’ di umorismo e qualche tocco grottesco, cose che non troverete in Under The Skin. I fortunati devono cadere nell’incantesimo del film, nel suo ritmo e nel suo tono, e alla fine si rimarrà ipnotizzati e incapaci di distogliere gli occhi dallo schermo.

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