di Emanuele D’Aniello

Negli ultimi mesi sono usciti uno dopo l’altro tre film italiani molto interessanti, soprattutto perchè rappresentano una sorta di boccata d’aria fresca rispetto al solito panorama cinematografico italiano pieno di commedie e drammi generazionali. Tre film di impegno civile e politico, tre film di genere che si rifanno nemmeno troppo velatamente alle opere di Rosi e Petri degli anni 70 che hanno fatto grande il nostro cinema. Film importante, di cui abbiamo bisogno, a prescindere dalla qualità del prodotto finale.

A.C.A.B. – All Cops Are Bastards di Stefano Sollima, con Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro, Marco Giallini, Andrea Sartoretti, Domenico Diele.  Italia 2012

Stefano Sollima passa dal Romanzo Criminale televisivo al cinema portando con se tutti i punti chiave del suo successo: la potenza espressiva, la violenza, la fascinazione per i personaggi oscuri, l’esplorazione dei bassi fondi di Roma che diventano terreno per leggere l’intero sistema Italia. Il film (prendendo spunto al libro-inchiesta del giornalista Carlo Bonini) racconta la vita di quattro celerini, il cui duro lavoro, le manganellate date e le sassate ricevute negli stadi, la rabbia assorbita nelle strade, si riflette in modo devastante nel quotidiano di ciascuno. Lo scopo principale del film è quello di mostrare personaggi negativi impegnati in situazioni ancora più negative, cercando di non assolvere e non condannare, ma di capire. O meglio, questa sarebbe l’intenzione. Perchè nella costruzione del suo mondo, uno spaccato purtroppo molto veritiero dell’Italia attuale, dominata da gente arrabbiata e senza speranza la cui unica risposta è la violenza e il razzismo, Sollima si perde impunemente.

Ad un certo punto del film, forse il momento chiave, Pierfrancesco Favino interpretando un agente interrogato in un processo, afferma con grande energia e trasporto emotivo: “Ma voi pensate che spaccare la faccia alla gente sia una cosa che mi piace ? Che mi diverto, a farlo? Prima di decidere chi sono gli innocenti e i colpevoli, dovrebbe almeno chiedersi come funziona il lavoro della celere.”cercando poi di spiegare tecnicamente come quel lavoro funziona, e come è difficile essere lucidi durante lo svolgimento del proprio, delicatissimo compito. Ma c’è un problema: dopo questa scena i nostri protagonisti fanno di tutti per smentire queste parole, compiendo le azioni più deplorevoli per cui nemmeno il detto “il fine giustifica i mezzi” riesce a valere, perchè non c’è un fine etico o legale. In un film così cupo che vuole mostrare personaggi negativi, manca la componente fondamentale, cioè la costruzione dell’anti-eroe parliamo di un personaggio che compie azioni negative per un fine positivo, con cui lo spettatore non può simpatizzare ma riesce ad empatizzare, e anche quando le azioni si fanno via via sempre peggiori, lo spettatore non riesce del tutto a rigettare quanto vede, creando in se un serio conflitto morale. Questo autentico ABC di sceneggiatura manca al film: come possiamo anche solo empatizzare con personaggi, oltretutto poliziotti, che nel corso del film organizzano una violenta retata non per mantenere la famiglia, non per rivedere la figlia allontanata in un divorzio, non per pagare le tasse, ma per pura vendetta?

ACAB in poche parole finisce per essere tutto quello che voleva evitare in partenza e che vorrebbe demonizzare: è ideologico, parziale, violento, monodimensionale e fuorviante, col gravissimo difetto di voler essere “cool” a tutti i costi, a partire dalla scelta delle musiche spesso fuori contesto. Senza contare l’inutile e furbesca faciloneria con cui il film sfrutta i più recenti fatti di cronaca nera italiana, a partire dal G8 di Genova tirato in ballo per poi non essere mai affrontato. Ed è un peccato, perchè Sollima dimostra grande qualità dietro la macchina da presa e notevole padronanza della messa in scena, con inquadrature fluide e dinamismo nel ritmo narrativo, e le interpretazioni sono tutti intense e perfettamente calibrate: su Favino ogni aggettivo è ormai superfluo, Filippo Nigro invece firma la sua miglior prova in carriera, ma è Marco Giallini a brillare più di tutti riuscendo a donare complessità e tristezza al suo personaggio.  Un vero peccato, ma se volete rifarvi recuperate la serie tv The Shield, un’opera che affronta la medesima tematica costruendo come si deve la figura dell’anti-eroe.

VALUTAZIONE:

Romanzo di una Strage di Marco Tullio Giordana, con Valerio Mastandrea, Pierfrancesco Favino, Michela Cescon, Fabrizio Gifuni.  Italia 2012

Se ci fermiano un momento a pensare a quanto vissuto nel nostro paese negli scorsi decenni, la storia d’Italia appare davvero come un lungo film horror. Non a caso questo è lo spirito che Marco Tullio Giordana porta nel suo film, un racconto fedele dei fatti della Strage di Piazza Fontana del 1969, l’evento che purtroppo segnò simbolicamente l’inizio della stagione del terrorismo nota come anni di piombo, e sulle successive indagini per capire cosa c’era dietro. Un racconto che saggiamente decide di evitare ogni ricorso alla spettacolarizzazione, e opta per una narrazione asciutta e decisa, il cui ritmo è scandito dall’angoscia, dalla paura per un nemico visibile e invisibile al tempo stesso, dal senso d’impotenza generale per una matassa che invece di dipanarsi si fa sempre più intricata. Tutto si svolge negli uffici, nei corridoi, nelle case e nei luoghi di ritrovo, sempre comunque in interni, per dare allo spettatore un senso di claustrofobia e impossibilità di fuga sempre più pressante.

Il film ha delle intunzioni felici, prima di tutto la conclusione della vicenda: a decenni di distanza ci sono dei colpevoli, esistono nomi e cognomi, la verità esiste seppur incompleta, nonostante nelle aule dei tribunali la giustizia non abbia fatto il suo corso. Per questo il film nel finale dà una soluzione ormai storicamente nota (l’estrema destra col silenzio-assenso dei servizi deviati dello stato) ma fornisce più versioni, mischia e rimischia le carte della vicenda mantenendo intatto quel clima di mistero che avvolge l’intera storia politica italiana. Altra saggia scelta è quella di costruire lo sviluppo degli eventi intorno alla vicende personali di due protagonisti dalla provenienza opposta, facendo subito appassionare gli spettatori. Pinelli e Calabresi, interpretati rispettivamente da Pierfrancesco Favino e Valerio Mastandrea, sono due figure tremendamente umane, ideologicamente diverse ma rispettose ognuna dell’altro, il cui punto in comune è la tragicità inesorabile, non solo per l’esito fatale a cui vanno entrambi incontro, ma per la totale impotenza in vita di fronte a qualcosa più grande di loro che li schiaccia in un modo o nell’altro. Un altro importante personaggio che gode di un notevole spazio scenico è l’Aldo Moro di Fabrizio Gifuni, che però non ha il medesimo impatto: quasi inserito a forza nella storia del film forse per la notorietà della figura, considerando il suo ruolo all’epoca solo come ministro degli esteri, il suo ritratto non è concreto, ma diventa una metafora della crisi morale di un paese spaccato in due, un autentico simbolo più che un vero personaggio, spesso al servizio di dialoghi e monologhi che fanno quasi da voce fuori campo per commentare il dramma della storia.

Per una simile figura Gifuni è perfetto nel suo mimetismo e nella sua pacatezza, in netto contrasto con la prova carismatica e intensissima di un Favino ad altissimi livelli, capace di donare una carica emotiva impressionante ad ogni parola e sguardo. Purtroppo non si può dire lo stesso di Mastandrea, che cercando di dare al suo Calabresi un’aria malinconica e un senso di predestinazione, finisce per appiattire l’interpretazione e tenere la stessa espressione spenta per tutto il film. Nel cast corale si esaltano le prove di due grandi caratteristi come Sergio Solli e Giorgio Colangeli, mentre pur con pochissime scene a disposizione non si continua a capire come faccia Laura Chiatti a fare questo mestiere. E se di mestiere vogliamo parlare, dobbiamo dire in tutta onestà che forse Giordana ce ne mette un po’ troppo, come vediamo nell’uso di alcuni dialoghi alquanto retorici e didascalici, e finisce per esagerare nel voler creare atmosfera, soprattutto nell’uso delle musiche, quando la storia italiana narrata nel film è già di per se molto agghiacciante.

VALUTAZIONE:

Diaz – non pulire questo sangue di Daniele Vicari, con Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano, Renato Scarpa

Il film di Daniele Vicari che ripercorre gli orrori, perchè di autentici orrori si tratta, compiuti nella scuola di Genova durante il G8 di 11 anni fa e poi successivamente nella caserma di Bolzaneto, è un film che andava fatto e va visto. Indubbiamente. Anche sul versante ideologico c’è poco da commentare, sia perchè in questa sede si parla prima di tutto della riuscita cinematografica dell’opera, sia perchè ci sono delle sentenze e soprattutto delle condanne che parlano e zittiscono tutto e tutti. Fatte queste doverosissime premesse, il lavoro di Daniele Vicari è importante come opera, ma come film non gli rende pienamente giustizia.

Il film è nettamente diviso in due, e la prima parte è la più riuscita. Non puntando su un solo protagonista o su pochi personaggi, si sceglie l’approccio corale, dando voce e personalità a figure di diverso sesso, età e nazione. Capiamo che in quel momento a Genova, e quella sera nella Diaz, c’erano tante anime lì presenti soprattutto per scopi nobili e non certo con fini violenti. La costruzione quasi documentaristica del racconto procede in maniera interessante, tenendo al centro dell’attenzione il lato umano. Poi, alla mezz’ora circa, arriva il culmine, l’assalto alla Diaz. La scena lunga poco più di 10 minuti è a dir poco raccapricciante, tremendamente efficace nella sua dimensione da vero horror anche per l’ambientazione e l’uso dell’oscurità, con le urla e il rumore delle manganellate che rimangono in testa. Ma dopo una scena simile cosa vuoi proporre? Il problema è che la scena madre della narrazione, e il gradino finale del climax emotivo del pubblico, arriva a metà film. A quel punto uno spettatore normale è scosso e poi svuotato, ma anche l’interesse stesso della sceneggiatura cala. Perchè le vicende di Bolzaneto non hanno lo stesso impatto dei momenti della Diaz, e inoltre Vicari sceglie una rappresentazione asettica che si rifà troppo chiaramente a Le 120 Giornate di Sodoma di Pasolini, la ricostruzioni dei fatti è farraginosa e quasi forzata, e i personaggi non hanno più un ruolo attivo ma solo passivo.

Nel complesso, purtroppo, il film di Vicari si spegne, anche in un finale totalmente non incisivo, e finisce per assomigliare ad un prodotto che in America sarebbe un film tv. La sostanza del racconto, la sincerità delle intenzioni, la ricerca di una giustizia democratica e civile, la voglia di far conoscere a più gente la pagina più dolorosa e brutta della storia recente italiana rendono il film meritevole di esser visto, e questo sicuramente salva il film.

VALUTAZIONE:

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