Apes Revolution: il Pianeta delle Scimmie (Dawn of the Planet of the Apes) di Matt Reeves, con Jason Clarke, Keri Russell, Gary Oldman, Kodi Smit-McPhee, Toby Kebbell, Andy Serkis USA 2014
di Emanuele D’Aniello
Il punto di unione tra questa saga prequel e il film cult del 1968 con Charlton Heston è ormai sempre più vicino: la storia e soprattutto il finale di Apes Revolution ci portano sempre più vicino a quel momento. Fortunatamente però questo sequel del reboot (ormai si diventa matti con queste definizioni) riesce totalmente a vivere di vita propria, raccontando in maniera organica e avvincente una storia, soprattutto riesce in maniera incredibile a far empatizzare il pubblico con personaggi non umani.
In questo secondo film, il passaggio di regia da Rupert Wyatt a Matt Reeves non è mai un punto a sfavore, essendo entrambi bravi, giovani, creativi e tecnicamente preparati. Reeves però cambia essenzialmente il genere della pellicola: se il film del 2011 di Wyatt era a tutti gli effetti un film pandemico, ora Apes Revolution appartiene chiaramente al classico genere post-apocalittico. Premesso ciò, saggiamente Reeves e i suoi sceneggiatori decidono fin da subito di affrancarsi dal cinema di genere per dedicarsi quasi esclusivamente all’approfondimento psicologico dei personaggi e allo sviluppo delle loro relazioni, una scelta ovviamente vincente. La chiave del successo del film è tutta qui perchè, se ci fosse bisogno di specificarlo, quando parliamo dei personaggi parliamo delle scimmie. Loro, giustamente, sono il centro e il motore dell’azione e cuore tematico del film. Quello che praticamente non è mai riuscito alla saga di Transformers, ovvero far appassionare il pubblico alle vicende dei robot ed empatizzare con loro, riesce invece perfettamente inApes Revolution: se in fondo gli umani non apparissero mai, non ne sentiremmo la mancanza ne emotiva ne narrativa. Sarà per le magistrali interpretazioni in motion capture, sarà per i clamorosi effetti speciali, eppure dall’inizio alla fine è sopportabile guardare le scimmie sullo schermo senza che il film risulti una parodia di un documentario di National Geographic.
Paradossalmente però, questo può essere inteso anche come un punto a sfavore. Se in L’Alba del Pianeta delle Scimmie del 2011 l’equilibrio tra la storia degli umani e la storia delle scimmie era assolutamente calibrato e perfetto, qui adesso gli umani sono utilizzati e dipinti in maniera spesso superficiale. C’è il cattivo di turno assolutamente stereotipato, c’è l’umano che odia le scimmie senza che si perda mai un minuto a spiegarci il motivo, c’è la relazione genitore-figlio peggio sviluppata di sempre, e il personaggio del giovane Kodi Smit-McPhee è assolutamente inutile, a tratti fastidioso. Li salviamo solo perchè le interpretazioni sono all’altezza, Jason Clarke è bravo e Gary Oldman è come al solito strepitoso pur in quello che in realtà è soltanto un cameo esteso. Alla fin fine gli umani in questo film sono inutili, sono incredibilmente dei meri “plot device” necessari solo a sviluppare il conflitto tra Cesare e Koba, ovvero due scimmie.
Ci possiamo lamentare di questo? Come detto forse si, perchè un equilibrio è fondamentale, e si perchè la trama del film è piuttosto basilari e funzionano molto di più i conflitti emotivi e morali. Ma se in un film della saga del Pianeta delle Scimmie, le scimmie sono così incredibilmente perfette, ogni dubbio lascia spazio alla meraviglia. Ogni aggettivo per descrivere l’impressionante realizzazione degli effetti speciali è superfluo e non renderebbe mai vera giustizia al livello qualitativo raggiunto, la resa scenica delle scimmie è ormai oltre il realismo e la perfezione, oltretutto le già citate interpretazioni in motion capture sono il vero fiore all’occhiello del film: sicuramente Andy Serkis e Toby Kebbell non avranno i giusti e praticamente dovuti riconoscimenti per questo film, ma prima o poi un premio speciale per chi lavora con la motion capture, soprattutto a questo livello, DEVE essere assolutamente creato.

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