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Bling Ring di Sofia Coppola, con Israel Broussard, Katie Chang, Emma Watson, Taissa Farmiga, Leslie Mann, Claire Julien  USA 2013

di Emanuele D’Aniello

Adolescenti, ovviamente ricchi. Annoiati, molto annoiati. Una vita vissuta in un mondo patinato, vuoto, inutile. Se trovate tutti questi elementi in un film, state pur certi che è un film di Sofia Coppola. Se trovate tutti questi elementi in un fatto di cronaca, state pur certi che Sofia Coppola ci metterà le mani. Non a caso la storia del Bling Ring, un fatto di cronaca reale accaduto tra il 2008 e il 2009 con protagonisti 7 ragazzi che hanno ripetutamente svaligiato le case di numerosi vip, sembra fatta apposta per la poetica autoriale della Coppola. Una storia forse fin troppo perfetta, già scritta e costruita talmente bene che la regista si è trovata quasi impossibilitata a lasciarsi andare a chissà quale invenzione narrativa.

Il film ha chiaramente enormi potenzialità e dei temi interessanti e attuali: la vacuità del’adolescenza moderna, il mondo viziato dei ricchi di Beverly Hills, il morboso contatto tra celebrità e voglia di emulazione. Ma tutto questo rimane solo in superficie. Ecco la parola chiave: superficie. I personaggi sono tutti monodimensionali, non sviluppati, non approfonditi, privi di alcun interesse, fascino, ambiguità morale, zona grigia o la più minima capacità d’empatia. Non sono solo vuoti, sono letteralmente assenti. La storia stessa è assolutamente basilare: assistiamo ai furti, alle rapine, al divertimento dei ragazzi, senza alcun briciolo di tensione o emozione. Inoltre, il tutto diventa fin da subito molto ripetitivo, come se anche la Coppola non sapesse come allungare il brodo. Ogni tanto bisogna avere fiducia negli spettatori: se mi riproponi la stessa scena due volte capisco che i protagonisti non sanno cosa fare e la loro vita è vuota e inutile, ma se riproponi la medesima situazione tre, anche quattro volte, allora sembra che è il regista a non saper cosa fare. Il film si ferma e si arrocca su quella superficie che vorrebbe accusare. In realtà non c’è nemmeno una condanna, lo sguardo della Coppola non è moraleggiante o giudicante, non li condanna a priori e non li giustifica, ma li osserva e descrive. Questo sarebbe anche l’atteggiamento giusto, ma tutto avviene in maniera fin troppo asettica, senza il benchè minimo straccio d’emozione.

Qualcuno giustamente potrebbe dire che il punto è proprio quello, mostrare personaggi vuoti che abitano un mondo vuoto rappresentandoli nella maniera più superficiale e semplicistica possibile. Ma allora, aggiungo io, evitiamo di farci un film. La Coppola avrebbe reso molto di più se avesse utilizzato questo soggetto per un cortometraggio o un documentario, perchè per essere un film di finzione mancano le componenti essenziali: il coinvolgimento e l’emotività. Non c’è un solo personaggio con cui il pubblico può immedesimarsi, nessuno per cui provare non per forza simpatia, ma almeno empatia, e questo è un difetto imperdonabile. Già nei suoi precedenti film la Coppola aveva dipinto caratteri isolati e alienati, ricchi viziati con cui pochissimi possono rapportarsi, ma aveva sempre “creato”: non tutti siamo attori ricchissimi, ma era facile empatizzare col protagonista di Somewhere, grazie al rapporto con la figlia; non tutti siamo regine che hanno qualsiasi cosa, ma era facile empatizzare con Marie Anoinette perchè portava in se i problemi tipici dell’adolescenza. I protagonisti di Bling Ring invece non hanno il benchè minimo problema, difficoltà, ostacolo da superare. E non solo la Coppola non approfondisce i personaggi, ma si dimentica anche di di sviluppare la storia, dare delle motivazioni, rispondere ai pochi quesiti interessanti proposti dal film: perchè i giovani ricchissimi sono annoiati? Perchè il modello di riferimento sono le celebrità? Non credo serva un manuale di sceneggiatura per capire che questi punti, se approfonditi, avrebbero reso il film tematicamente e sociologicamente più importante.

Bling Ring non è il primo film quest’anno che mostra il mondo perduto degli adolescenti moderni in maniera sconclusionata, sfruttando ripetizioni e continui messaggi vuoti; lo aveva fatto già Spring Breakers di Harmony Korine, e per quanto soffrisse di enormi difetti, era un film perlomeno più complesso, più ambiguo, con toni oscuri che fanno riflettere. In questo film della Coppola non c’è spazio per la riflessione, non c’è nulla di complesso, ma solo tanta noia che dai personaggi passa direttamente agli spettatori.

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