Gravity di Alfonso Cuaron, con Sandra Bullock, George Clooney USA 2013
di Emanuele D’Aniello
Siamo nel 2013, lo sappiamo. Ormai, arrivati a questa data, quanti film di fantascienza abbiamo visto nel corso dei decenni? Quante avventure spaziali? Quanti film ricchissimi e densissimi di effetti speciali affollano ormai ogni mese i cinema? E ancora, quante storie di sopravvivenza ci ha raccontato il grande schermo? Non serve rispondere. Per questo quando oggi al cinema qualcosa ci sorprende è quasi un evento incredibile. Gravity appartiene a questa categoria, un film che torna a regalare agli spettatori quel senso di meraviglia, stupore e incredulità che solo il grande cinema può creare. Gravity è un film che ti prende, ti assorbe, ti fa entrare nello spazio, ti fa ammirare quanto vedi, e ti fa esclamare “wow” all’inizio, durante e alla fine del film.
Questo è il primo grande pregio del travagliato film di Cuaron (travagliato per la lunga lavorazione, ma vedendo il film si capisce perchè, e si perdona l’attesa), un pregio da non sottostimare, perchè restituire quel senso di meraviglia intrinseco nel cinema, quel senso di sorpresa, come quando i nostri antenati rimasero stupefatti di fronte al Viaggio Nella Luna di George Melies, non è facile, anzi, è cosa più unica che rara ormai. Certo, quello è il cinema dei pionieri, non si può paragonare e nemmeno avvicinare come importanza storica, ma Gravity è comunque un’opera magistrale, un lavoro di altissimo livello sotto ogni aspetto: regia, sceneggiatura, recitazione, effetti speciali, sonoro, musica, tecnica, costruzione della tensione.
Se si è appassionati di pura tecnica cinematografica, il film vi lascerà ancora più sbalorditi. Già col suo precedente film I Figli degli Uomini Cuaron ci aveva abituato ad un uso spericolato e fenomenale dei piani sequenza, ma qui si supera: la scena iniziale è una ininterrotta ripresa di 13 minuti nello spazio, roba da chiedersi per ore come ha fatto e che coraggio ha avuto. Ma il regista messicano continua per tutto il film ad utilizzare lunghe riprese senza stacchi (la seconda scena dura 6 minuti, quindi dopo 20 minuti il montaggio è stato usato solo una volta) e con l’aiuto del fidato Emmanuel Lubezki, uno dei direttori della fotografi più preparati al mondo, regala un aspetto al film senza eguali. Quel senso di meraviglia di cui parliamo fin dall’inizio della nostra recensione è destinato a tutti, non solo agli amanti di cinema ma anche agli spettatori normali, grazie ad una abilità incredibile nel bilanciare tensione, angoscia, pura ansia per le sorti della protagonista (non è il film per chi odia gli spazi aperti) alla bellezza delle visioni e delle immagini. In questo senso, per una volta, si deve elogiare il fantastico uso della tecnica stereoscopica, un 3D da urlo che va a posizionarsi insieme a Avatar e Vita di Pi come i migliori film in 3D mai realizzati. E’ la cura della profondità e dei dettagli il vero trionfo di Cuaron, con quei detriti spaziali in lontananza che segnano una minaccia costante per tutto il film.
Fantastico per gli occhi, Gravity non è solo un film puramente visivo. Il livello emotivo della storia e la cura per determinate sensazioni fa del film di Cuaron una delle opera più tenacemente umane e umaniste degli ultimi tempi, il racconto metaforico di una donna alla deriva che si aggrappa con i denti e con tutte le sue forze alla vita. Una donna sola nello spazio e nella vita, abbandonata da una umanità lontana migliaia di chilometri, ma che conserva quei simboli di fede (nell’astronave russa c’è un santino ortodosso, in quella cinese un piccolo Buddha) che non la fanno mai disperare. Un istinto di sopravvivenza che non è una banalissima paura di morire, ma una forte voglia di vivere, tenendo il contatto con gli elementi essenziali, l’aria, il sole, l’acqua, la terra, che ovviamente sembrano avvicinare questo spirito umanista ai sentimenti naturalisti malickiani. E appunto molto, moltissimo si deve alla forza umana rappresentata perfettamente da Sandra Bullock, qui davvero ad una delle migliori prove della carriera. A parte un piccolo minutaggio per George Clooney, che servirà piuttosto ad attrarre pubblico nelle sale, è la Bullock a reggere interamente su se stessa il film, fornendo una prova di grande carattere, soprattutto molto fisica, mostrando a più riprese tutta l’energia di un corpo (e l’attire è un chiaro omaggio alla Ripley di Alien) che lotta da solo contro ogni tipo di ostacolo in un ambiente infinito.
Se proprio vogliamo essere pignoli e fare un piccolo secondario appunto, che poi più che altro è una questione di gusti personali, Cuaron poteva limitare l’suo della musica, pur essendo la colonna sonora di Steven Price notevolissima per l’impatto sia uditivo sia emotivo. La caratteristica dello spazio è proprio quella di essere un ambiente silenzioso, come sottolinea anche il cartello d’apertura del film, ed un maggiore silenzio avrebbe incrementato la tensione, l’angoscia, e anche la possibilità di udire il fantastico sonoro del film.
Gravity è un dramma, un thriller, un sci-fi, ma soprattutto una grandissima opera di puro cinema. Cuaron è abilissimo nel condensare tutta la tensione e tutto il suo messaggio tematico in 90 minuti precisi, senza costrizioni e senza momenti superflui, quasi un sollievo considerando quanto i film attuali tirano per le lunghe le scene spesso superando le due ore e mezza, perdendo molto lungo la strada. Certo, è un film che si deve godere realmente nella sala cinematografica (negli schermi di casa perderà inevitabilmente un po’ della sua magia) ma è una esperienza che vale la pena essere vissuta.



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