Tom Hanks

Captain Phillips – Attacco in Mare Aperto di Paul Greengrass, con Tom Hanks, Barhadi Abdi   USA 2013

di Emanuele D’Aniello

Traslare e adattare al cinema un fatto di cronaca vera, specie quando tratta argomenti al contempo delicatamente personali e forzatamente geopolitici, è sempre una operazione difficile. Se poi il soggetto è a grandi linee l’America, inserita nel mondo post-11 settembre, si rischia sempre di tratteggiare una linea tra buoni e cattivi quasi forzata e spesso retorica. Fortunatamente, questo è non è mai stato l’intento  del cinema di Paul Greengrass, che già con film come United 93 e il meno riuscito Green Zone ha dimostrato che l’importante non è mostrare eroi, ma essere umani. Captain Phillips in questo riesce benissimo.

Quanto vediamo sullo schermo è una storia vera, davvero accaduta al capitano Richard Phillips nel 2009. Un regista poco furbo, con in mano una sceneggiatura poco attenta, avrebbe sicuramente trasformato questa vicenda nella classica storia di redenzione dell’America, con gli americani vittime contro i cattivissimi terroristi/pirati somali, col protagonista che sarebbe diventato pian piano eroe per caso. Ma nella vita reale il bianco e nero non esistono, Greengrass e l’autore della sceneggiatura Billy Ray lo sanno, e scelgono di raccontare una storia profondamente umana in cui non ci sono buoni o cattivi. Gli americani sono rappresentati tutti come opulenti, corpulenti ragazzoni che fanno si un lavoro ammirevole (portare aiuti umanitari in Africa), ma lo svolgono senza sporcarsi le mani, scaricando il necessario per poi andare via. Loro non sono i buoni della storia perchè dall’altra parte non ci sono i cattivi, ma semplicemente disperati che cercano di cavarsela nella povertà più assoluta. I pirati somali del film sono magrissimi, vestiti di stracci, quasi incapaci di reggere i fucili, pescatori e in alcuni casi appena adolescenti che prendono ordini dai classici signori della guerra locali. Il capitano Phillips non è la star dei film d’azione anni ’80 che avrebbe potuto interpretare Sylester Stallone o Bruce Willis, ma un uomo comune, con paure comuni, che subisce sempre passivamente quello che accade per quasi tutto il film, e quando prende in mano la situazione non è per improvviso eroismo e coraggio, ma per il puro e semplice istinto di sopravvivenza. Alla fine, il capitano Phillips e il leader dei pirati somali sembrano quasi lo stesso personaggio, i due lati della stessa medaglia, due persone manovrate da sovrastrutture più grandi, soprattutto politiche, e in balia degli eventi, per cui possono solo utilizzare l’arma più umana e personale che esista: le emozioni.

Ma la bravura maggior di Greengrass, come sempre, è legata alla costruzione scenica. Captain Phillipsrimane un film drammatico, ma con fortissime radici legate al thriller che non si perdono mai. E’ tutto giocato sulla tensione costruita con la regia e il montaggio, ed in questo ricorda molto un altro film altrettanto “artigianalmente” perfetto come Argo. Nella parte centrale il ritmo si perde leggermente, il film diventa quasi stazionario, ma all’inizio e alla fine Greengrass è al suo meglio, con l’assalto dei pirati alla nave in cui praticamente non si respira, e con i minuti finali che definire strazianti è dire poco. Che si passi dagli spazi claustrofobici di un aereo in United 93 a quelli altrettanto chiusi nella nave di Captain Phillips, tramite l’azione da thriller Greengrass getta uno sguardo nervoso, realistico e non retorico sul dopo 11 settembre, in cui le divisioni e le tensioni tra America e resto del mondo, tra ricchi e poveri, purtroppo sono all’ordine del giorno. Soprattutto, all’emotività di un film che mischia saggiamente spettacolarità e cronaca reale concorrono tantissimo le interpretazioni. Quelle dei giovani attori chiamati ad interpretare i pirati somali, tutti esordienti, sono da applausi, bravissimi a dare peso specifico a ruoli difficili che raramente riescono a diventare tridimensionali. Così come da urlo è la prova di Tom Hanks, chiamato a creare nel suo personaggio un delicato equilibrio tra paura e autocontrollo, terrore interiore che non può mai raggiungere la superficie, ed esplode nei minuti finali capaci di ricordare tutto il talento di un attore gigantesco. Guardare quello che fa Hanks nei minuti finali e non emozionarsi è compito arduo.

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