CLOUD ATLAS

Cloud Atlas di Andy Wachowski, Lana Wachowski, Tom Tykwer, con Tom Hanks, Halle Berry, Jim Broadbent, Jim Sturgess, Ben Whishaw, Hugh Grant, Hugo Weaving, James D’Arcy, Susan Sarandon, Doona Bae.  USA/Germania 2012

di Emanuele D’Aniello

In una recentissima occasione, analizzando Vita di Pi, abbiamo toccato l’argomento dei cosiddetti romanzi infilmabili, opere letterarie di qualsiasi natura che per una serie di motivi sono ritenuti impossibili da trasporre al cinema. Tra questi rientra appunto Cloud Atlas, romanzo dell’inglese David Mitchell pubblicato nel 2004 diventato subito oggetto cult. I motivi per la sua “infilmabilità” sono numerosi: la lunghezza, la quantità di personaggi, la quantità di storie raccontate in luoghi e tempi diversissimi, gli scenari imponenti, la complessità dei temi. Quando fortunatamente, come nel caso di Vita di Pi, il materiale è in mano ad un maestro come Ang Lee, la barca arriva in porto; quando in questo caso il materiale è ancora più ambizioso, ed è mano a tre teste pensanti (ben tre registi) di cui due sono i Wachowski, che non azzeccano un film da un decennio, le difficoltà si moltiplicano. Cloud Atlas in poche parole più che un film è un manuale: come rendere più confuso qualcosa già confuso in partenza.

Il film, che si serve di un nutrito ed altisonante cast, racconta 6 storie diverse ambientate in tempi diversi: tre nel passato, una nel presente e due nel futuro. I personaggi ritornano nelle varie storie, e la narrazione è alternata per tre ore di durata. I problemi del film però non sono certo questi. Quante volte nel passato abbiamo visto film corali molto lunghi (non a caso, spesso di tre ore) che raccontano numerose storie con numerosi personaggi? Tante volte, pensiamo nel passato a lavori di Robert Altman come Nashville e America Oggi, o ancora più recentemente ai lavori di Paul Thomas Anderson Boogie Night e Magnolia. Le differenze però sono evidenti e fondamentali. Questi film citati raccontano storie tutte ambientato nello stesso arco temporale e sono tutte di pari livello. In Cloud Atlas invece si salta continuamente da una storia all’altra, da un tempo all’altro, con un montaggio spasmodico che interrompe continuamente climax emotivi per poi pretendere che l’attenzione sia uguale in ogni frammento. Pensiamoci poi bene, quali di queste storie sarebbe interessante vedere interamente in un lungometraggio autonomo? Probabilmente solo quella ambientata nel futuro di New Seul con Jim Sturgess e Doona Bae. Un pò poco considerando che su 6 storie solo una si salva. Certo, non è nemmeno facile mantenere l’attenzione quando ritrovi continuamente gli stessi personaggi solo truccati o pettinati diversamente a seconda delle epoche, una scelta stilistica che diventa a tratti involontariamente comica, col trucco esagerato e spesso ridicolo.

Cloud Atlas in poche parole parte come opera ambiziosissima e finisce per essere solo un lavoro molto incoerente. Vuole essere un moderno film corale che sfrutta un grande budget (oltre 100 milioni) e trasforma in realtà scenari impensabili, capace di disegnare personaggi legati e connessi tra di loro oltre lo spazio ed il tempo. Ma, mancando di coerenza visiva ed equilibrio emotivo, diventa un pasticcio sempre più confuso. Per tornare ai film citati come esempi in precedenze, lì si raccontavano storie profondamente umane, con cui ognuno poteva rapportarsi, e personaggi con cui era facile immedesimarsi. Erano storie comuni e quotidiane. Qui invece è più difficile rapportarsi alle vicende e alle figure viste nel film, e la grandezza dei temi toccati presuppone più cuore e meno superficialità, soprattutto quando si compie l’errore di dare le risposte e si finisce per fare soltanto la morale. Cloud Atlas cerca di farci capire che tutto è connesso, ma durante la visione ad essere sconnessa è l’emotività: quel che resta è una scatola molto, troppo confezionata (a volte bene, a volte male) e tanti buoni propositi.

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