Frankenweenie di Tim Burton. USA 2012
di Emanuele Daniello
La scorsa primavera Tim Burton ci aveva già provato, ma il suo Dark Shadows si rivelò non solo un flop commerciale, ma soprattutto un film piuttosto deludente. Eppure il film sprizzava burtonismo da tutti i pori. Forse è ormai questo il difetto dell’autore? Rimanere troppo imprigionato nella propria poetica, nel proprio stile, diventando uno schiavo della sua stessa visione e replicando fino all’esaurimento le proprie caratteristiche, lasciando la vitalità da un’altra parte? Il dubbio era ed è ancora legittimo, ma una parziale risposta è arrivata. Ed è un bel no. Perchè allo stesso modo Frankenweenie è un film stracolmo di burtonismo, più di alcuni suoi film recenti, eppure è in assoluto uno dei miglior film del regista.
Il film è un remake del cortometraggio in live action dello stesso Burton del 1984, un bellissimo lavoro artigianale (si trova tranquillamente e legalmente nel web) che gli costò il licenziamento dalla Disney per i toni eccessivamente dark. I casi della vita: quasi trenta anni dopo è la Disney a produrre il film. Questo è merito ovviamente della fama ormai raggiunta da Tim Burton, e solo lui poteva pensare di realizzare un film simile, un film d’animazione in stop motion in bianco e nero e in 3D. La vicenda è identica a quella del cortometraggio (inclusi gli sviluppi e la risoluzione finale) ma ora i minuti in più permettono di approfondire maggiormente i personaggi e dare anima alla storia. Se il corto era una rivisitazione molto curiosa della classica storia di Frankenstein, questo è un film che vive sulla propria tematica.
Dicevamo all’inizio che Frankenweenieè uno dei film più riusciti nell’intera carriera di Burton, sicuramente degli ultimi anni. E lo è pur seguendo il percorso più rischioso per un regista, quello della storia personale. Il film infatti racchiude non solo le caratteristiche tipiche del regista (i toni dark, i freak ai margini della società, l’amore per il diverso) ma anche tutto quello con cui Burton è cresciuto e ha amato, vale a dire il cinema horror, lo stile minimale nell’umorismo e nell’estetica, la provincia americana. Un appassionato si diverte a contare tutte le citazioni sparse durante il film, dai nomi dei personaggi all’aspetto fisico, mentre il grande pubblico sarà un po’ disorientato, ed è un bene: vuol dire infatti che Burton finalmente è libero dalle costrizioni produttive dei grandi budget, libero dalla morale sentimentale a tutti i costi, libero dai grandi prodotti kitsch. In questo film Burton torna a realizzare quello che non gli riusciva più da anni, vale a dire trovare un perfetto equilibrio tra forma e sostanza, tra resa estetica ed emotività. Pur nella sua leggerezza, con la sua ironia più che eccentrica, il film sa commuovere senza risultare forzatamente buonista. Nell’amore del protagonista per il suo cane, ritroviamo le difficoltà di tantissimi adolescenti nel fare amicizia e nel trovare il proprio posto nel mondo, la noia della provincia americana così rinchiusa negli schemi, le contraddizioni di un’America che ancora fatica ad essere pienamente tollerante col diverso, chiunque esso sia. Burton ce lo ricorda e lo racconta con un tocco delicato, con una animazione fantastica, con personaggi talmente fuori dalle righe da risultare poi alla fine i più normali in circolazione. Questo, con estrema semplicità, è Burton ai massimi livelli, non quello di Alice in Wonderland che ancora porta gli incubi nelle menti di tanti cinefili.


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