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Django Unchained di Quentin Tarantino, con Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Kerry Washington, Samuel L. Jackson, Don Johnson, Walton Goggins.   USA 2012

di Emanuele d’Aniello

Se c’è un film atteso da milioni di fans in tutto il mondo, questo è indubbiamente Django Unchained. E non lo diciamo solo perchè il nome del nostro sito è un chiaro omaggio al cinema di Tarantino, o solo perchè già da mesi abbiamo letto e recensito la sceneggiatura, ma perchè Tarantino è amato in maniera trasversale da tantissimi appassionati, forse perchè lui stesso, prima di essere un regista e uno sceneggiatore, è un vero appassionato di cinema in maniera viscerale, un filmaker che non realizza film ma autentici sogni di un tipico spettatore che vorrebbe mettersi dietro la macchina da presa. Tarantino gioca da sempre, e al tempo stesso diverta e realizza grandi e particolarissimi film. Cosa chiedere di più?

L’attesa verso questo film si era fatta spasmodica anche per il genere che Tarantino aveva deciso di affrontare: il western, genere cult per antonomasia per il pubblico americano, e venerato dallo stesso regista. Come però trapelava dalla sceneggiatura, e confermato dopo la visione del prodotto finale, il western è più che altro un pretesto ed una indicazione per l’ambiente, perchè come tutti i suoi precedenti lavori il genere è uno e soltanto uno: il film alla Quentin Tarantino. Solo lui riesce a prendere più generi, mischiarli, rielaborarli per il pubblico moderno, spolverando con citazioni ovunque, e sfornare comunque un prodotto originalissimo. Django Unchained è una sorta di film gemello di Bastardi Senza Gloria: gli assomiglia per la maturità tematica e stilistica, ma se possibile ne amplifica l’umorismo e la violenza. Non è il suo film migliore (rimane Pulp Fiction), non è il suo film più completo e maturo (rimane Bastardi Senza Gloria), ma indubbiamente Django Unchained è il suo film più complesso ed emotivo.

Se nella prima parte abbondano i momenti quasi comici che in alcuni casi sfiorano la parodia, e sicuramente sono tra le scene più divertenti della filmografia dell’autore, pian piano il film acquista una serietà di fondo ed una emozione interiore difficile da tacere. La violenza come in tutti i film di Tarantino è protagonista essenziale, ma finalmente, per quanto molto grafica e volutamente esagerata, è meno giocosa (come lo era in Kill Bill) e ancora più catartica, ogni singolo omicidio ha un peso specifico da digerire, soprattutto per la prima volta nel suo cinema la violenza è anche psicologica: a dare fastidio non è tanto il sangue o le sparatorie, quanto il pensiero della violenza fisica e mentale, lo stato di sottomissione, la vista di una donna tenuta nuda in un pozzo per un giorno intero. La schiavitù è un tema scottante (così come dopotutto era l’Olocausto) e Tarantino non usa filtri o mezze misure: questi eventi storici sono stati talmente disgustosi che per soffocarli la violenza deve ancora maggiore. Come detto, per toccare tali corde Tarantino nella seconda parte del film decide di lasciare da parte ogni divertimento ed accentuare la serietà, che comprende per la prima volta anche una critica e satira sociale. Il suo è un chiaro atto d’accusa all’ignoranza della cultura americana, quella cultura spesso assente e subordinata ai padri europei, quella cultura che ha generato lo schiavismo e poi ha perdurato ad idolatrarlo (tra le risate e lo stupore, pochi capiranno che l’assalto del Klu Klux Klan è una chiara citazione del controverso Nascita di una Nazione di Griffith), non a caso uno degli eroi della vicenda è un tedesco, che non comprende minimamente le ragioni dello schiavismo, ed il cattivo di turno è un aristocratico che prova vanamente ad imitare l’atteggiamento e l’educazione dei nobili europei. Con questa satira possiamo anche leggere, e non è un azzardo considerando come Tarantino ha risposto alle scontate e banali polemiche sorte all’uscite del film, una critica più estesa alla violenza nella società americana, che tanti esempi porta continuamente nei fatti di cronaca. L’autore spiega per la millesima volta che non è la violenza nei film ad influenzare la violenza nella vita reale, ma l’ignoranza americana quotidiana ad infiammarla. Anche in questo senso possiamo inquadrare la scelta di realizzare il suo film più maschia dai tempi di Le Iene: qui non c’è la sua classica forte figura femminile, ma la protagonista è un personaggio passivo che subisce le peggiori angherie. Come a dire che la violenza femminile può essere solo una riposta emotiva ad altra violenza, ma chi la genera e sguazza nelle peggiori cose sono gli uomini.

Solo pochi anni fa tutti questi discorsi da un film di Tarantino non potevano nascere, ennesimo segno della qualità e dellamaturità di un autore che non smette mai di stupire. Stupisce persino quando compie scelte normali, ovvero realizzare il suo film più lineare, senza salti temporali, cronologia frammentata o suddivisioni in capitoli. Django Unchained ha un inizio e una fine precisa, se la prima parte ha una impronta rapsodica, la seconda parte è dove esplode l’amore di Tarantino per gli interni ed i personaggi seduti che dialogano. Sono i personaggi come sempre ad avere la ribalta, e con simili dialoghi recitare male è quasi impossibile. Jamie Foxx è autore di una prova solida e robusta, ma i veri mattatori sono Christoph Waltz e Leonardo DiCaprio. L’attore austriaco sembra nato per recitare i dialoghi di Tarantino, il suo personaggio è praticamente la versione buona, positiva e coraggiosa di Hans Landa che interpretava in Bastardi Senza Gloria, è loquace, sarcastico, divertente, un vero fiume in piena. DiCaprio, vedendolo in azione, fa domandare perchè non interpreti il cattivo più spesso: la sua è una prova esplosiva, fulminante, mefistofelica, rabbiosa, con le parole sputate fuori più che pronunciate, in grado di travolgere tutto e tutti nella lunga scena del “monologo del teschio”. Soprattutto, è il primo villain della filmografia di Tarantino che lo spettatore non ama odiare, ma odia e basta, è cattivo fino al midollo, e questo fa capire quanto l’emotività e lo sguardo critico verso quell’epoca della storia americana sia fondamentale. Più che una menzione la merita soprattutto Samuel L. Jackson, e spesso per i tanti film commerciali in cui lo vediamo si dimentica quanto sia realmente bravo: il suo è un ruolo difficile, il nero più odiato della storia americana, uno spietato calcolatore che passa, letteralmente, sulla pelle della propria gente per i propri interessi, e Jackson lo interpreta con tono minaccioso e assolutamente viscido. Personaggi che poco hanno a che fare con la classica epica del western, infatti come già detto di western nel film c’è poco, sia per l’ambientazione sudista, sia perchè del cinema di Leone e Corbucci troviamo più che altro qualche citazione sparsa. Se c’è un genere a cui il film può assomigliare è quello della fiaba, pensando al racconto che il dottor Schultz fa durante il film poi rievocato nella scena finale, e poi naturalmente il classico film di vendetta, sentimento che Tarantino esplora ormai in ogni sua opera, e fa rientrare la pellicola nel filone dell’exploitation d’alta qualità, il vero cinema che fa Tarantino. E si badi bene, non è una critica, semmai un grosso merito dell’autore, la capacità di realizzare film sulla carta di serie B e poi renderli sotto ogni punto di vista grandi opere.

Il film in sostanza è lo specchio del suo creatore, Quentin Tarantino E’ Django Unchained, lo si ami o lo si odi, va accettato come pacchetto completo. Si prendono i pregi e i difetti (un finale che forse non regge dell’impatto di quanto visto a quel momento), le lunghezze e le ridondanze (l’eccessivo uso della musica anche quando non serve), le strizzate d’occhio che solo pochi cinefili possono cogliere, la voglia di strafare che è parte fondamentale del tessuto artistico del regista. Django Unchained è esattamente tutto questo e tutto quello che si aspetta e si vuole quando si decide di vedere un film di Tarantino, e questo è l’importante.

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