The Master di Paul Thomas Anderson, con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams.
USA 2012
di Emanuele D’Aniello
Who is the Master? Chi è il Maestro? Questa è una delle prime domande che lo spettatore si pone dopo aver visto un film che di domande ne lascia aperte tante. Il vero maestro, come tutti lo chiamano nel film, è Lancaster Dodd interpretato da Philip Seymour Hoffman, colui che si erge come leader della setta nota come La Causa, e guida uno stuolo di adepti e fanatici? Oppure il vero maestro è Freddie Quell interpretato da Joaquin Phoenix, perchè con i suoi comportamenti animaleschi ma profondamente umani riesce a travolgere tutti e tutto cioè che ha attorno? Oppure il vero maestro è Peggy Dodd interpretata da Amy Adams, la moglie del leader che riesce a muoversi nell’ombra ed influenzare chi la conosce? Il dubbio rimane. Ma nell’incertezza, una risposta c’è: il vero maestro con la M maiuscola è Paul Thomas Anderson, film dopo film sempre più consacrato come uno dei maggiori autori americani in attività, ormai al vertice del proprio talento visivo e creativo.
Per mesi, anche molti mesi prima che un singolo fotogramma fosse reso noto, si è speculato sul film e sulla presunta descrizione critica della setta pseudo-religiosa di Scientology. Dopo aver finalmente visto la pellicola, si può affermare senza problemi che il film non parla minimamente di Scientology, o perlomeno non è certo quello il tema primario. Certo, il personaggio di Lancaster Dodd è disegnato in tutto e per tutto sulla figura di Ron L. Hubbard, il fondatore della famosa setta, ed i metodi che si vedono nel film sono quelli utilizzati da Scientology, così come molte teorie enunciate. Ma il film non vuole parlare di questo, non vuole criticare o attaccare Scientology (anche se in alcuni punti e con alcune frasi pesanti come macigni il colpo è diretto). La famosa setta è usata dal film come un pretesto per raccontare altro, perchè The Master, tra i tanti argomenti di cui parla ed i tanti complessi temi che tocca, è essenzialmente la storia di due uomini. Alcuni hanno definito la relazione che si sviluppa tra i due protagonisti come una storia d’amore, e non è un errore: non un amore con sottotesti omoerotici (che spesso e volentieri il cinema sottointende e usa quando tratteggia relazioni tra personaggi maschili) ma un amore nel senso più grande e completo del termine. Ci troviamo di fronte due uomini che rappresentano due lati della stessa medaglia, entrambi governati e mossi da impulsi irrefrenabili, ma se uno riesce a controllarli con l’autodisciplina e le regole di una setta, l’altro è totalmente incapace di dominarli perchè profondamente turbato dagli orrori vissuti durante la seconda Guerra Mondiale e da una infanzia costellata di episodi che non si possono raccontare al primo che passa. I due hanno fin da subito una forte attrazione, stima, fiducia reciproca, voglia di conoscersi ed abbandonarsi l’uno all’altro: Dodd vede in Freddie quello che era un tempo, e Freddie vede in Dodd quello che vorrebbe essere.
Non è la prima volta che Paul Thomas Anderson tratta il rapporto tra due personaggi maschili, un rapporto tormentato che assomiglia molto alla relazione padre-figlio, un tema scottante che appartiene pienamente alla sua poetica. Pensiamo alle relazioni dei personaggi di John C. Reilly e Philip Baker Hall nel suo film d’esordio Sidney, oppure al rapporto dei personaggi di Mark Whalberg e Burt Reynolds in Boogie Nights. Questi due esempi, che si aggiungono ora al rapporto trai personaggi di Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix, è una relazione viscerale tra maestro e discepolo che superare i confini e si trasforma in rapporto paterno, quindi pieno di amore ed incomprensione. Un rapporto duale espresso meravigliosamente in tutta la sua ambiguità e difficoltà in Il Petroliere (non a caso lì il personaggi di Daniel Day-Lewis interagisce sia col figlio sia con un allievo/rivale) e che ha toccato la forza emotiva in Magnolia, quando il personaggio di Tom Cruise ritrova il padre ormai morente. Magnolia è un film in cui, oltretutto, troviamo anche un padre, interpretato da Philip Baker Hall, che per anni ha abusato della propria figlia ad insaputa della moglie, a testimoniare la crudezza di un rapporto primordiale ma difficile. Un tema che il regista affronta sempre con un tocco freudiano non indifferente. E citare il padre della psicoanalisi moderna ci riporta a The Master, perchè il film sguazza a piene mani nella ricerca degli istinti più inconsci: pensiamo a tutti gli atteggiamenti di Freddie, ai suoi gesti, ai suoi desideri sessuali costanti. Freddie è un personaggio disegnato come un animale, perchè quella è forma umana più primitiva (a maggior ragione considerando che nel film Dodd afferma il contrario) e per questo vera: Freddie ruba, picchia, urla, cerca di far ridere con un peto, piange, e non perchè ci troviamo di fronte ad un pazzo, ma perchè questa è l’essenza umana priva delle sovrastrutture mentali che la civiltà crea. Ma fondamentalmente, esattamente come Freddie, non sono tutti gli altri presunti maestri degli animali anche loro? Dodd quando può si ubriaca o si lascia andare ad attacchi di rabbia furiosi, e Peggy manovra i fili della situazione spesso servendosi dei metodi più rozzi e diretti, come masturbare il marito. Si, il sesso è sempre al centro, e questo si riaggancia perfettamente al sottotesto freudiano: tutti sono mossi da istinti sessuali, questo accomuna i tre personaggi principali, la differenza è che alcuni li controllano, altri li sfruttano, altri si abbandonano ad essi. Ed ovviamente alla fine di tutto, il più libero appare proprio colui che tutti ritengono un pazzo.
Perchè in fin dei conti, nella varietà di temi toccati, The Master è un grande inno alla libertà. Il film è pervaso dalla voglia ossessiva di controllare il prossimo, dalla necessità del controllo del mondo, dalla follia di curare gli altri. Freddie, Dodd e Peggy hanno bisogno di una forma di controllo su se stessi e su gli altri, qualunque essa sia. In particolare i due personaggi maschili hanno bisogno ognuno di una schiavitù reciproca. Perchè qui (e ritorna la velata critica alle sette religiose) di pura schiavità psicologica si parla. In un certo senso, ognuno di noi è schiavo di qualcosa o qualcuno, spesso della vita stessa. Ma l’unica forma di cura dai mali del mondo è la libertà, ed il termine cura non è casuale. “Se trovi il modo per vivere senza un padrone, faccelo sapere” è la frase chiave del film.
Nella sua enorme complessità, o forse proprio per questo, il film non è esente da difetti, dovuti ad una componente psicologica talmente potente non retta da una narrazione altrettanto forte. Ma con i problemi che vengono a galla durante la visione per nulla chiari o rigidi, è davvero necessaria una narrazione chiara e rigida? Piuttosto sono necessarie strumenti espressivi al massimo della loro capacità, e lo sono sicuramente gli attori. Joaquin Phoenix firma la prova della carriera, una prova di una forza incredibile, che qualcuno ha paragonato non a torto alle classiche interpretazioni di Robert DeNiro degli anni d’oro: Phoenix applica il Metodo alla lettera, si trasforma nel suo personaggio, e per recitare usa ogni singolo parte del suo corpo, che sia il volto, la camminata, la postura, le smorfie del viso e della bocca. Philip Seymour Hoffman è semplicemente monumentale, una prova tutta di carisma completata da slanci di euforia ed emotività, capace di disegnare un uomo debole interiormente ma forse per necessità di sopravvivenza. Amy Adams ha poche scene per splendere, ma ogni volta si guadagna l’applauso: suo è il ruolo più enigmatico e forse per questo più difficile, una sorta di Lady Macbeth che manipola l’ambiente a suo piacimento, una interpretazione talmente intensa da diventare a tratti disturbante. Naturalmente a tirare i fili c’è un Paul Thomas Anderson ormai navigato e maturo, conscio di quello che vuole e di come realizzarlo. Se il regista all’inizio della carriera, con Boogie Nights eMagnolia soprattutto, ha giocato a fare il Robert Altman, ora con gli ultimi due stranianti e nebulosi lavori gioca a fare lo Stanley Kubrick della situazione. Ma forse utilizzare il termine “gioca” è sbagliato, perchè Anderson non gioca, è serissimo nei suoi scopi, e riesce pienamente a toccare quei registri. Forse è eccessivo entusiasmo, ma negli ultimi anni non c’è mai stato un autore che ricordi così da vicino lo stile di Kubrick, le carrellate, la freddezza cinica di alcuni situazioni, determinate scelte musicali in determinati momenti, i passaggi stranianti. Oltretutto, anche e soprattutto la confezione estetica è semplicemente da pelle d’oca, con la meravigliosa fotografia di Mihai Malaimare Jr, per il cui lavoro in questo film non esistono aggettivi, solo chiedersi come abbia fatto a trovare una tale luce in certe scene, e dalla colonna sonora inquietante di Johnny Greenwood, un martello che entra nella testa dello spettatore e non esce più.
The Master è in definitiva un film complesso, ricco di prospettive e chiavi di lettura. Se in Il Petroliere i due protagonisti erano due metafore delle forze che hanno fondato e costruito l’America, il capitalismo e la religione, ora in questo film i due personaggi non sono simboli, ma due stati d’animo che raffigurano le dirette conseguenze dell’America post-bellica. I personaggi di Anderson sono spesso negativi ma mai cattivi, sono semplicemente animali feriti nel profondo. E anche The Master è un animale difficile da capire e da domare, affascinante ed ammirevole, il cui giudizio sicuramente cambierà dopo una seconda visione. E se già col primo impatto il film ha tirato fuori tutti questi argomenti, una seconda visione più che un proposito è un desiderio da voler realizzare immediatamente.



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