Vita di Pi (Life of Pi) di Ang Lee, con Suraj Sharma, Irrfan Khan, Rafe Spall. USA 2012
di Emanuele D’Aniello
Esistono numerosissimi romanzi che non a caso vengono definiti “infilmabili” quando si tratta di trasporli al cinema. Gli esempi sono tanti, e in questa categoria per anni è rientrato il romanzo “Life of Pi” del canadese Yann Martel. Ci voleva un grande autore come Ang Lee, un gigante del nostro cinema che in carriera ha spaziato praticamente in ogni genere sempre con risultati notevolissimi, per superare gli ostacoli dell’adattamento, ma non ogni singolo problema. Perchè se qualcosa è ritenuta infilmabile, dopotutto qualche motivo ci sarà.
Vita di Pi è un grande inno alla voglia di vivere, alla speranza, alla vita stessa, il cui elemento in comune che tocca tutti gli stati d’animo menzionati è il raggiungimento di una spiritualità interiore, quasi al confine col credo new age. Tanto basta a chiarire la complessità della trasposizione dalla pagina scritta al grande schermo. Optando per la forma del racconto narrato dalla voce fuori campo, il romanzo di formazione subito rimane imbrigliato negli schemi classici del cinema, con una divisione in tre atti evidente a chiunque: una prima parte che racconta la vita di Pi da bambino, la parte centrale e fondamentale che racconta il naufragio e la sopravvivenza sulla barca, e la terza parte conclusiva che mostra le conseguenze di quanto accaduto. Il regista riesce con grandissima maestria ad esplorare i lati emotivi di ogni momento, ed evidenziare i momenti più toccanti. Ci riesce soprattutto con la pura tecnica visiva, quella che esplode nella parte centrale grazie ad effetti speciali sontuosi e alla splendida fotografia di Claudio Miranda: le difficoltà quotidiane su un barca sperduta nel mare, la solitudine, il pericolo continuo, semplici ma efficaci emozioni accentuate dall’esperienza sensoriale di immagini incredibili, e per una volta con un 3D non sfruttato come semplice giocattolo, ma come utile strumento per immergere lo spettatore nel racconto.
Per quanto visivamente travolgente, il film si imbriglia su se stesso in più punti, e la regia di Ang Lee rimane vittima della storia: la parte centrale diventa quindi troppo lunga e ripetitiva, ed il giovane esordiente protagonista Suraj Sharma per quanto bravo non ha certo il carisma per reggere da solo più di un’ora di film (prerogativa che permetteva ad attori come Tom hanks e James Franco di reggere sulle proprie spalle rispettivamente Cast Away e 127 Ore), ed il terzo atto, dopo aver assistito a tanta meraviglia visiva, è uno spiegone parlato quasi fastidioso che sicuramente fa scendere il termometro dell’emozione. Lee per un attimo si dimentica della regola numero uno del cinema, quel “show, don’t tell” che ogni regista dovrebbe avere sempre bene in mente, e non drammatizza i momenti finali che, seppur decisivi, risultano anticlimatici. I momenti migliori rimangono quelli legati all’aspetto visivo, al rapporto uomo-animale e uomo-vita, all’importanza del racconto tramandato oralmente che si fa leggenda anche nell’epoca di internet, ma quando il film si rimette su binari narrativi classici si incarta da solo.
Tirando le somme, Lee riesce nell’impresa di girare i momenti ritenuti infilmabili con grandissima efficacia e fascinazione visiva, ma misteriosamente nei passaggi narrativi più semplici lo sforzo non è replicato. Il risultato resta più che discreto, ma il sapore è quello dell’occasione persa.


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