Lo Hobbit: un Viaggio Inaspettato di Peter Jackson, con Martin Freeman, Ian McKellen, Cate Blanchett, Ian Holm, Christopher Lee, Hugo Weaving, Elijah Wood, Andy Serkis. Nuova Zelanda 2012
di Valerio Carta
A otto anni dall’uscita delle sale di tutto il mondo de Il Signore degli Anelli – Il Ritorno del Re, film che completava una trilogia capace di lasciare un segno nella storia del cinema, Peter Jackson prova a cavalcare l’onda del grande successo con Lo Hobbit, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di J.R.R Tolkien, antecedente alla trilogia dell’anello. Partiamo da un presupposto: è ingiusto nei confronti di questo film aspettarsi un nuovo Signore degli Anelli. Perché, sì, Jackson è sempre lo stesso, ma le due opere di Tolkien differiscono molto tra di loro. In primis, per lo stile: Lo Hobbit è una fiaba che negli anni ha raggiunto una reputazione tale da essere considerata un classico della letteratura, ma rimane un racconto fantastico e avventuroso – inizialmente considerato un libro rivolto a soli bambini – con toni spensierati ben diversi da quelli presenti nella successiva trilogia. Non si può dire che la travagliata produzione, contraddistinta da una divergenza di opinioni interne che ha portato a continui rinvii, abbia aiutato Lo Hobbit a scrollarsi di dosso il peso del suo (cinematografico) predecessore, dividendo la trasposizione in tre parti. Solo la prima dura poco meno di tre ore, il che non è necessariamente un male se si pensa all’attenzione con cui sono stati inserite le Appendici e altre produzioni di Tolkien, ma stonano contrapponendole alle sole 300 pagine del libro. Nella letteratura una divisione del genere, in pura forma teorica, può funzionare, poiché in un mondo immaginario un lettore si focalizza principalmente su un determinato libro. Nel cinema c’è una sorta di competizione tra due o più film che a volte non si nota, ma che nel corso della storia ha portato a sottovalutare alcune opere per sopravvalutarne altre.
Lo Hobbit è un film girato molto bene. Negarlo sarebbe ingeneroso nei confronti di Peter Jackson, che si dimostra uno dei migliori registi in circolazione sul piano tecnico. Oltretutto, è fedele al libro originale, e questo non può che fare piacere agli appassionati della saga letteraria. Le storie di Bilbo sono narrate tramite un lungo flashback del protagonista: per raccontare il suo viaggio in compagnia di Gandalf il Grigio e il gruppo di nani capeggiati da Thorin Scudodiquercia verso la montagna solitaria sorvegliata dal vecchio e terribile drago Smaug, Jackson si serve d’uno stile musicale e visivo che ci riporta indietro di otto anni: è la Terra di Mezzo, ed è innegabile. Più colorata, più allegra, sia per l’attinenza con lo stile del libro, sia perché mancano ancora sessant’anni dal ritorno di Sauron. Il cast è di assoluto livello, d’altronde quale attore non vorrebbe recitare in un film tratto da un’opera tolkeniana, sinonimo di successo al botteghino e risonanza internazionale? Ritroviamo Ian McKellen nel ruolo di Gandalf – nella versione italiana doppiato da Gigi Proietti – Elijah Wood nel ruolo di Frodo – che nel libro è assente – un eccezionale Andy Serkis nel ruolo di Smeagle/Gollum, gli “elfi” Cate Blanchett e Hugo Weaving e soprattutto un ormai novantenne Christopher Lee, che ha ancora molto da insegnare agli attori con mezzo secolo in meno sopra le spalle, infine il bravo attore inglese Martin Freeman nell’iconico ruolo di Bilbo Baggins. I nani, una delle grosse preoccupazioni della vigilia dopo i trailer pubblicizzati in rete, dove apparivano goffi e troppo irreali, non si rivelano essere una nota dolente. La nota dolente è principalmente un’altra: l’impressione che non sia un film necessario, che sia stato costruito troppo in funzione de Il Signore degli Anelli: l’occhio di Sauron non si vede, non c’è, ma la sua presenza viene avvertita dallo spettatore. Per i tantissimi appassionati dell’opera tolkeniana è sicuramente un prodotto che merita tutte le attenzioni del caso, chiariamoci: ma prendendo il film singolarmente, sebbene sia tutto sommato godibile, succedono troppe cose senza un ritmo cinematografico che scorra via senza farsi notare. I tempi non sono ben bilanciati e si potrebbero tranquillamente tagliare alcune parti – soprattutto il primo atto – che danno l’impressione di essere state inserite per allungare il brodo e non aggiungono nulla al prodotto finale. Ci sono alcune scene stupende, come l’incontro tra Bilbo e Gollum e l’introduzione di Erebor con l’attacco del drago Smaug, ma altre che non risultano pervenute. Oltretutto, l’inserimento di alcune battute fuori luogo si allontanano dallo stile di Tolkien e danno un’aria molto più commerciale a questo film e alcuni personaggi ne vengono danneggiati, non mantenendo quella purezza di spirito e quella sottile ironia che li contraddistingueva nei capolavori di Tolkien.
È un film dal giudizio ambiguo, il più difficile da giudicare nel panorama delle pellicole uscite nel 2012. Il successo al botteghino lo otterrà, ci restano dei dubbi su un suo possibile ingresso nell’immaginario collettivo a lungo termine. C’è qualcosa, ne Lo Hobbit, che svaluta il prodotto, che lo blocca dall’elevarsi nell’olimpo dei grandissimi film e lo mette troppo in competizione con Il Signore degli Anelli, come se tutta la storia di Bilbo fosse messa lì solamente per annunciare quello che avverrà dopo, che però abbiamo già visto ed elaborato in otto anni. Il grande paradosso del cinema si intuisce da questo film: se i prossimi due capitoli saranno eccezionali, grandiosi, capolavori, questo primo capitolo verrà indicato come l’anello debole della trilogia. Se invece anche i prossimi film si riveleranno storie comunque ben narrate, ma non grandissime storie, questa trilogia risulterà comunque discreta, ma si percepirà sempre un grande rimpianto per quello che sarebbe potuto essere un film singolo, attinente solo a Lo Hobbit, che non appaia più grande di quello che Tolkien ha realmente scritto. Nell’attesa, l’erba pipa ci toglierà qualche dubbio.


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