Moonrise Kingdom di Wes Anderson, con Kara Hayward, Jared Gilman, Bruce Willis, Frances McDormand, Edward Norton, Bill Murray, Tilda Swinton, Jason Schwartzman, Harvey Keitel. USA 2012
di Emanuele D’Aniello
Gustarsi e vedere un film di Wes Anderson non è paragonabile a nessuna altra esperienza, come Wes Anderson stesso non è paragonabile a nessun altro regista. Lui riflette esattamente i suoi film, e divide in egual misura: i detrattori non sopportano il gusto eccentrico, i personaggi stralunati e pieni di idiosincrasie, l’alone retrò ed in alcuni casi snob che dona ai suoi film, mentre chi lo ama, oltre ad amarlo per i suddetti identici motivi, adora i suoi colori, le sue musiche, i suoi costumi, i suoi dialoghi. Di sicuro un film di Wes Anderson rappresenta un mondo a parte, in cui immergersi totalmente accettandone le regole. Quando poi ti trovi di fronte il suo film più sentimentale, ed uno dei migliori se non il migliore, tutto quello detto in precedenza è moltiplicato all’ennesima potenza.
Moonrise Kingdom è essenzialmente una storia d’amore, d’amicizia, di scoperta, realizzata con un grandissimo cuore. Anderson ha preso i migliori elementi dei suoi film precedenti, ad esempio la famiglia (I Tenenbaums), l’adolescenza (Rushmore), la scoperta e conoscenza del prossimo che crea un legame (Il Treno per il Darjeeling), li ha rielaborati col suo stile visivo e narrativo unico ed inconfondibile, e ci ha messo dentro tanto sentimento, non solo in determinati e decisivi punti per segnare una svolta emotiva (Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou), ma lo ha seminato dal primo all’ultimo minuto. Coloro che raramente, per svariati motivi, hanno scavato con attenzione nella poetica di Anderson, raccontando i precedenti film si sono sempre concentrati su due elementi, quelli che naturalmente balzano subito all’occhio, vale a dire lo stile visivo e registico colorato e rigoroso, e l’eccentricità dei personaggi che sembrano provenire da un’unica storia e da un unico mondo. Ora ad emergere è invece una storia d’amore basilare, due dodicenni che fuggono per amore, o perlomeno quello che pensano sia amore. Quello che trovano è un sentimento purissimo, quasi arcaico, privo ad ogni sovrastruttura, e lo scoprono insieme. Così come gli adulti, in fondo bambini anche loro, che solo collaborando insieme, messi di fronte ad un sentimenti giovanile irrefrenabile, riescono a compiere scelte che denotano una crescita interiore. Anderson racconta una storia di ribellione nel modo più delicato, poetico e soprattutto innocente che si possa immaginare, rendendo più che mai esplicito anche tematicamente il suo gusto cinematografico retrò.Moonrise Kingdom potrebbe essere benissimo un film francese di 50 anni fa, di sicuro è un film in tutto e per tutto appartenente alla Nouvelle Vague realizzato nel 2012. Lo è per i sentimenti espressi, per i temi visitati, e addirittura per lo stile, col regista che sceglie di smorzare i suoi solitamente vivacissimi colori in favore di tonalità pastello più chiare e leggere. E come in un bel film della Nouvelle Vague che si rispetti, oltre all’innocenza e alla serenità di facciata c’è un velato pessimismo che pervade l’intero racconto, impercettibile ma onnipresente, quel pessimismo che costringe i ragazzi a dirigersi tra le braccia di un sentimento forte e sconosciuto per fuggire i problemi del futuro.
I formalismi di Anderson poi sono tutti presenti, dalle carrellate rapide, alle riprese dall’alto, alle inquadrature simmetriche, con concessione visive addirittura cartoonesche che il regista può permettersi con grandi sicurezza e maestria, senza ridicolizzare la storia, figlie dell’esperienza maturata con Fantastic Mr Fox. E lo stile spesso algido e distaccato è fondamentale perchè, quando arrivano i momenti di emozione, sono autentiche esplosioni e smottamenti di sentimenti che riescono a commuovere, superando personaggi e situazioni stralunate. E l’altra grande abilità del regista si vede nel casting, anzi nello scegliere sempre sapientemente i volti adatti, a dir poco perfetti, da inserire nel suo mondo originalissimo. Bill Murray nei lavori di Anderson è una costante, ma dopo aver visto il film ci si chiede se Edward Norton e Frances McDormand collaborano col regista da una vita, o se sono realmente al primo film insieme. Stesso discorso per Tilda Swinton, a cui basta essere presente in una sola scena per caratterizzarsi. Tra tutti emerge Bruce Willis, perfetto con una sola espressione nel dare vita ad una tangibile malinconia interiore. Ed i due giovani protagonisti esordienti sono una rilevazione, bravissimi nel rappresentare l’imbarazzo e l’irrazionalità di un amore adolescenziale. Volti ideali per il cinema, anzi il micromondo messo in piedi da Wes Anderson con eleganza e leggerezza, intelligenza e ironia, con mano sofisticata e tanto amore.



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