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Effetti Collaterali (Side Effects) di Steven Soderbergh, con Rooney Mara, Jude Law, Catherine Zeta-Jones, Channing Tatum, Annn Dowd.   USA 2013

di Emanuele D’Aniello

Ma siamo davvero arrivati al capolinea? Questo film è destinato a passare alla storia davvero come l’ultimo film di una grande carriera come quella di Steven Soderbergh? Non lo sappiamo con certezza, i fatti ci potrebbero smentire molto presto, i ritiri sono fatti anche per preparare grandi ritorni, ma proviamo a fidarci. Steven Soderbergh ha annunciato il suo ritiro da tempo, questo è il suo ultimo film, ed in effetti non ha altri progetti in cantiere al momento, lui che solitamente gira quasi un film all’anno. Dobbiamo quindi giudicare Effetti Collaterali, alla luce di questo fatto, sotto una prospettiva diversa? Se così fosse, questo film rappresenta con certezza la sua carriera, fatta di tanti alti e pochissimi bassi, grande qualità senza mai gridare al capolavoro, ma che lascia comunque tutti soddisfatti.

E questo film è davvero così: non è un capolavoro, non è un grandissimo film, ma un ottimo prodotto indubbiamente sopra la media, ben realizzato tecnicamente, ben recitato nel complesso, e scritto benissimo da Scott Z. Burns, alla terza collaborazione col regista. Il film è un classico thriller che prende tutti i pregi del genere, lascia da parte i fronzoli, gli effetti inutili, i colpi di scena fini a se stessi, e costruisce una risoluzione finale che ad alcuni può apparire scontata, in realtà è sensata, logica e soprattutto ben studiata e costruita. Come ogni suo film, pur senza picchi, Soderbergh costruisce un meccanismo impeccabile che regge dal primo all’ultimo minuto, e lo condisce poi qualche astuzia sparsa. Stavolta l’astuzia, tanto ovvia da diventare inaspettata e per questo sorprendente, è quello di seguire schemi e regole ben precisi, proprio lui che come regista ha sempre preso i generi per poi rileggerli, decostruirli e piegarli alla propria visione cinematografica. Ora il genere, il thriller appunto, è abbracciato in pieno in quello che risulta essere un grande omaggio al cinema di Hitchcock, nell’ambientazione, nel ritmo, nello sviluppo della trama, nella costruzione dei personaggi, tanto semplice e aderente a quel mondo da sembrare un film che magari 20 o 30 anni fa avrebbe girato Brian DePalma (immaginiamo con più esuberanza registica e meno concretezza nella storia, quindi ci teniamo stretto Soderbergh).

Il film ha anche qualcosa di più molto interessante e da non sottovalutare, una critica seria non tanto all’industria farmaceutica, mai dipinta come il male ma solo come un apparato furbo che risponde ad errori commessi da altri, ma all’abuso di farmaci, spesso inutili, delle persone, che invece di indagare sui motivi della propria infelicità corrono subito a prendere medicine, in un mondo che va sempre di fretta e non dà tempo alla riflessione. Poi nella seconda parte il film abbandona questi temi per diventare il classico thriller che si appoggia totalmente all’intreccio: una normalizzazione, per alcuni una banalizzazione, che impedisce al film il salto di qualità ma non fa perdere interesse alla storia, grazie alla sceneggiatura a prova di bomba di Burns. Per tutti i minuti precedenti abbiamo familiarizzato con i personaggi, tutti descritti benissimo e ricchi di sfaccettature, ci siamo interessanti alla vicenda che si fa sempre più intricata ed avvincente, quindi l’attenzione dello spettatore non cade. La sceneggiatura è la vera arma vincente, capace di cambiare sempre completamente prospettiva, non ci fa mai abbassare la guardia e capire chi sia la vittima e chi il carnefice, non capiamo chi manipola chi, in ogni scena il ruolo di buono e cattivo passa a turno da un personaggio all’altro, e la nostra percezione muta con loro.

Bravissimi e fondamentali in questo senso gli attori, abili nel non dare mai punti di riferimento. Catherine Zeta-Jones e soprattutto un solidissimo Jude Law risultano credibili in ogni “cambiamento d’animo” (a risultare forzato è purtroppo il loro doppiaggio, che vuole toglierli dall’ambiguità in cui li immerge la storia), mentre è Rooney Mara ad emergere e rubare la scena. Pur essendo la parte lontana anni luce da quella di Lisbeth Salander, la giovane attrice conferma a chi ancora avesse dubbi che quello di Millenium non era un exploit figlio del caso, ma che qui c’è del vero talento. L’attrice è sempre convincente, brava a rubare empatia col suo volto così fragile, poi algida e sensuale al tempo stesso, capace di passare dal catatonico all’esuberante con poco senza risultare falsa. Tutto quindi funziona, nella normalità, nel rigore, nella semplicità, che alla fine è sempre la cosa più efficace. Steven Sodebergh da sempre è un maestro in questo, e speriamo naturalmente che possa ripensarci e tornare al cinema quanto prima. Ma anche se dedicasse solo alla tv, dove la qualità ormai regna sovrana, ci potrebbe andare tutto sommato bene.

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