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Frozen: il Regno di Ghiaccio di Jennifer Lee, Chris Buck    USA 2013

di Emanuele D’Aniello

Dopo il grandissimo successo degli anni ’90, la Disney si è trovata di fronte ad un bivio importantissimo, incalzata dall’esplosione di altre compagnie d’animazione: proseguire sul proprio percorso o innovarsi. Nel dubbio, la Disney ha finito per perdere la propria anima, e ha spesso tirato fuori film deludenti (Koda Fratello Orso), pallide imitazioni dei grandi classici del passato (La Principessa e il Ranocchio), qualche sparuto successo (Rapunzel) e qualche trionfo (Ralph Spaccatutto). Frozen è però la risposta al quesito iniziale e a quasi dieci anni di ricerca: un film che si innova nella tradizione.

Partendo dalla fiaba di Andersen “la Regina delle Nevi”, e adattandola molto liberamente, la Disney ha tirato fuori il suo migliori film da almeno quindici anni, un film che ha il profumo dei grandi successi degli anni ’90 e al tempo stesso risulta nuovo e originale. Prima di tutto, la Disney ha deciso di andare sul sicuro, raccontando la storia che gli riesce meglio, vale a dire il film sulle principesse, e incorporando gli elementi da musical che hanno consegnato alla storia del cinema tantissime colonne sonore e canzoni leggendarie, ormai entrate nell’immaginario collettivo. Gli spettatori non più bambini ma nemmeno adulti non potranno non essere travolti dall’effetto nostalgia che Frozen presenta loro. I maggiori passi in avanti, però, arrivano sul piano tematico e sulla sceneggiatura. Tutti i personaggi presentati hanno il loro approfondimento e una tridimensionalità fondamentale, hanno momenti per splendere e comunicare con gli spettatori, mettendo in primo piano i sentimenti. Tanto è vero che nel film è assente la classica figura del villain (che c’è in realtà, ma più che altro è un espediente di trama) perchè il vero motore dell’azione non è il conflitto tra buoni e cattivi, ma i conflitti interiori ai personaggi e le loro relazioni e la loro dinamica comunicativa. Non c’è un protagonista per cui tifare e un cattivo da odiare, ma due protagoniste che hanno entrambe i proprio lati grigi e le proprio motivazioni. Soprattutto, il grande tema dell’emancipazione femminile già provato inRapunzel, qui esplode definitivamente con i risultati più evidenti. Gli uomini sono figure di contorno oppure relegate a comic relief, le donne hanno sempre in mano l’azione e la conducono senza altri aiuti, e perfino il tanto temuto luogo comune del “bacio di vero amore” qui ha forse il miglior utilizzo nella storia della Disney.

Da elogiare è anche naturalmente l’aspetto tecnico. Le canzoni sono bellissime, le scenografie e l’uso dei colori assolutamente all’altezza, e il design dei personaggi è a dir poco perfetto. Una nota di merito poi tutta italiana va, per una volta, al doppiaggio: spesso criticato, e moltissime volte a ragione, il doppiaggio del film è davvero perfetto, con Serena Autieri ideale anche per l’aspetto canoro, Enrico Brignano sempre divertente e bravo a non andare mai sopra le righe, non diventando mai più esuberante del suo personaggio, e Serena Rossi perfetta nella tonalità e nei tempi comici.

La Disney, forse saggiamente, ha capito che non è necessaria una rivoluzione (dopotutto anche la Pixar è al momento vittima di una brutta inversione di tendenza) e non serve a nulla cambiare le regole dell’animazione per fare un buon film, quanto semplicemente innovarsi giocando col proprio canone e con le proprie regole. E’ lo spirito, fortunatamente immutato, ciò che permette a Frozen di divertire i più piccoli senza risultare infantile per i più grandi, coinvolgere le famiglie e colpire gli adolescenti che ricordano i film della loro infanzia. Insomma, il perfetto film di Natale.

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Una risposta a “Frozen: il Regno di Ghiaccio – recensione”

  1. Avatar Il trailer di Frozen 2 | bastardiperlagloria

    […] successo di Frozen sei anni fa è stato talmente enorme che, anche se quel film davvero non necessitava di un sequel, […]

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