Grace di Monaco di Olivier Dahan, con Nicole Kidman, Tim Roth, Frank Langella, Parker Posey, Paz Vega, Derek Jacobi USA/Francia 2014
di Emanuele D’Aniello
E’ buffo pensare che due grandi attrici australiane e grandissime amiche nella vita reale siano cadute a causa di due film biografici su famose principesse diretti da registi europei fino a qualche anno fa ritenuti talenti in rampa di lancio. Naomi Watts e Nicole Kidman sono accomunate da questo beffardo destino, e per quanto Grace di Monaco non raggiunga gli infimi livelli di semplicismo di Diana, il film è comunque la riprova che questo revival al cinema di biopic su principesse è un fallimento.
Seguendo la sensata strada intrapresa negli ultimi anni dai film biografici, ovvero quello di concentrarsi su un preciso e limitato periodo nella vita del personaggio centrale, il film si occupa del periodo infatti più interessante della permanenza di Grace Kelly a Monaco, il momento in cui la rinnovata passione di Grace per il cinema esplode nel momento di crisi politica del principato. Non a caso la prima parte del film è la migliore, concentrandosi sui dubbi interiori della protagonista, e la scena in cui la Kidman recita davanti allo specchio un passo della sceneggiatura di Marnie è anche un simpatico richiamo metacinematografico. Ma il film non riesce minimamente a seguire un percorso logico.
Si passa come nulla fosse dalla crisi sentimentale alla crisi politica, non capendo mai il fondo sbagliato e di totale disinteresse che la storia comporta. In pratica, Monaco sta lottando contro la Francia per mantenere i propri privilegi, ovvero rimanere un Paradiso fiscale per ricchi che non vogliono pagare le tasse. Perchè il pubblico dovrebbe essere emotivamente coinvolto o spinto a supportare questa tesi? E l’intero arco narrativo del personaggio Grace Kelly è in gestito in modo tale da trasformarla nella mogliettina perfetta, sempre al posto giusto, sempre con la parola giusta, tutta attenta alla forma e non alla sostanza, per difendere quei privilegi. C’è indubbiamente qualcosa che non va. E come se non bastasse, è la struttura della storia ad essere banale, prevedibile, superficiale. Se si segue il film con attenzione, si può notare che la struttura della vicenda è in tutto e per tutto una copia in carta carbone della struttura di Il Discorso del Re: anche qui abbiamo una figura reale che si sente un outsider, dopo vari patemi personali decide di abbracciare la propria missione e addestrarsi al compito (abbiamo addirittura una sequenza in cui Grace viene istruita, come le scene di Firth da Geoffrey Rush), e infine con un discorso pomposo riuscire nel proprio intento. Solo che qui non ci sono nazisti da sconfiggere, ma solo ricchi da motivare.
Fin qui, tutto male, ma non è finita. Perchè oltretutto il film è anche girato malissimo. Olivier Dahan e il suo direttore della fotografia “smarmellano” il più possibile ogni scena, ogni inquadratura, puntando tutto su una forma in realtà pessima. Dahan costruisce ogni momento come fosse un climax, e la pessima colonna sonora vorrebbe fare altrettanto, ma l’intento finisce per avere effetti di involontaria ilarità. I cambi di tono sono assolutamente sbilanciati, culminando nella già citata atroce scena dell’addestramento condotta dal parodistico personaggio di Derek Jacobi. Molto di è discusso degli insistiti primi piani di Dahan, ma forse questa scelta è addirittura il male minore, perchè la Kidman regge sempre e comunque la scena. Ecco, indubbiamente il vero aspetto positivo del film è la performance di Nicole Kidman, sempre una garanzia, che ben consapevole di non poter essere Grace Kelly, e consapevole che il pubblico non l’avrebbe accettato, non la imita ma crea un personaggio proprio, dando sempre l’idea di impegnarsi davvero e credere nelle sue scene, e con una sceneggiatura simile a disposizione è sicuramente un grande merito del’attrice.
Più di tutto, Grace di Monaco ha colpe gravi nell’aver trasformato una vicenda politica e personale nella classica storia di principesse prigioniere di palazzi dorati e regole di comportamento ferree, con la pretesa di far passare il tutto come vero (si veda in tal senso il buffo disclaimer iniziale) con intenti che sfiorano l’agiografia.


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