La Talpa (Tinker, Tailor, Soldier, Spy) di Tomas Alfredson, con Gary Oldman, Colin Firth, Mark Strong, John Hurt, Benedict Cumberbatch, Tom Hardy, Ciaran Hinds. Gran Bretagna 2011
di Emanuele D’Aniello
La cosa più difficile nell’adattare un grande romanzo per il cinema, non è replicarne la qualità, o cercare di superare il materiale di partenza, e nemmeno dover contenere tante pagine in un minutaggio accettabile. La cosa indubbiamente più difficile è mantenere intatto lo spirito e l’atmosfera. Quando di fronte hai un film che non solo riesce nel proprio intento, ma lo supera brillantemente creando qualcosa di nuovo e affascinante, sai già di essere davanti ad una grandissima opera.
Il film non è la storia di un’indagine dei servizi segreti, ma è la drammatica storia di un’amicizia tradita. la premessa è doverosa. Il regista svedese Tomas Alfredson tre anni fa aveva compiuto un’operazione molto simile col suo ottimo Lasciami Entrare, prendendo come spunto un film di genere (in quel caso il filone vampiresco che va tanto di modo ultimamente) per raccontare in realtà una storia una profondissima amicizia con tono intimo, delicato, creando un’atmosfera unica. Qui, nel suo primo film in lingua inglese, fa praticamente lo stesso, prendendo come base una storia di genere, lo spy thriller, per raccontare una storia di sentimenti trattenuti e rapporti interrotti. Certo, il materiale di partenza è il migliore che si potesse ottenere: il romanzo originale è forse il miglior lavoro del miglior scrittore di spy story vivente, quel John le Carrè che ha davvero lavorato nei servizi segreti inglesi, e li ha dovuti abbandonare perché bruciato da un agente doppiogiochista che lavorava per i sovietici. Il romanzo di le Carrè mostra come la vita dell’agente segreto non è quella tutta azione e divertimenti di James Bond, ma è in realtà noiosa, metodica, sistematica, passata tutta il tempo dietro a scrivania tra mille scartoffie. Alfredson, pur mantenendo immutati tutti questi aspetti, aggiunge anche la burocrazia dei sentimenti, un mondo in cui anche gli stati d’animo delle persone sono trattenuti, dissimulati, metodici, ma proprio per questo più dirompenti.
L’impatto è fortissimo proprio perché al film non interessa mostrare un’indagine classica per scoprire la talpa, perdendosi tra prove e analisi indizio per indizio. L’elemento che scardina ogni convenzione del genere è il fatto che tutti i personaggi sanno già, in cuor loro, chi è la talpa. Tutti lo hanno capito, ma ad ognuno di loro fa troppo male ammetterlo. Il film stesso non fa nulla per nasconderlo, ad una visione attenta si capisce immediatamente chi è. Ma il punto è proprio questo, non costruire l’indagine, o una tensione che potrebbe risultare banale, ma costruire il momento della rivelazione. Non ci sono alleati e nemici, non ci sono gli intrighi da Guerra Fredda, non c’è assolutamente spazio per l’ideologia. Come mostra magistralmente la scena del party (e che non a caso è l’unica scena del film non presente nel romanzo) questa è una storia di amicizie tradite, sentimenti repressi, relazioni insostenibili, passioni invisibili perché così devono essere gli agenti segreti, e per questo ancora più struggenti, in un crescendo emotivo che cova sotto la compostezza dei personaggi e la forma della messa in scena. Potrebbe non sembrare, ma questo film ha un cuore e una forza che lo rendono unico nel genere spionistico.
Ovviamente grosso merito va al lato estetico, una forma semplicemente impeccabile che immerge la pellicola e lo spettatore direttamente in un’atmosfera che non c’è più. Il film sembra uscire direttamente dagli anni settanta: i costumi, la scenografia, la fotografia così vividamente plumbea, la cura maniacale dei dettagli, l’eleganza e il rigore visivo, una musica non opprimente, la cura dei dialoghi, tutto contribuisce a creare un’opera di altissimo livello. Sembra a volte di essere davvero nella Londra del 1973, possiamo quasi sentire il rumore della pioggia e l’odore di fumo. Alfredson dirige con calma ed incredibile eleganza, con carrellate mai invadenti, lasciando con straordinaria serenità che il sentimento della storia serpeggi senza mai esplodere. Certo, alla perfezione formale si accompagna la presenza di un cast d’antologia: dopo un simile spettacolo recitativo, in cui ogni attore e ogni personaggio ha il proprio momento per brillare, non ci sono più dubbi nel definire la scuola britannica la migliore al mondo. Tutti sono incredibili, ma non possiamo non citare uno stratosferico Gary Oldman in quella che probabilmente è la miglior prova della carriera. George Smiley è un personaggio difficile, l’anti- Bond per antonomasia, l’epitome del burocrate silenzioso e zelante, e affidare un tale ruolo ad un attore che ha fatto dei personaggi stravaganti e della recitazione sopra le righe il suo marchio di fabbrica, è stata paradossalmente la scelta più saggia possibile. Oldman crea un personaggio surreale nella sua calma, impassibile, leggero, ma vittima di un’energia costantemente implosa e repressa, mostrata con cambi di tono impercettibili che fanno la differenza. Il suo monologo che ricorda l’incontro di Smiley con Karla, ripreso quasi sempre con un primo piano stretto, sarebbe da prendere e consegnare alle scuole di recitazione. E ovviamente, mai come in questa occasione è straconsigliata la visione in lingua originale.
Il film merita più visioni, anche a causa dei tanti nomi e tantissimi tecnicismi dei servizi segreti che le Carrè svela, già di difficile comprensione per un inglese, figuriamoci per uno spettatore italiano che non ha idea di cosa posa essere il Circus o chi possa essere Karla. Nonostante questo, con i suoi sentimenti nervosi e brulicanti, con la sua messa in scena strabiliante, col suo spirito d’altri tempi, La Talpa (banalissimo titolo italiano che grida vendetta) diventa istantaneamente uno tra i migliori spy movie di sempre.



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