La Vita di Adele di Abdellatif Kechiche, con Adele Exarchopoulos, Lea Seydoux. Francia 2013
di Emanuele D’Aniello
La Vita di Adele presenta al tempo stesso una conferma e una sorpresa. La conferma è che il Festival di Cannes raramente e difficilmente sbaglia nello scoprire i migliori film sulla piazza, nel premiarli e lanciarli in pasto al grande pubblico. La sorpresa ha un nome e un cognome, vale a dire quello di Adele Exarchopoulos. Se l’ardua pronuncia vi destabilizza, almeno segnatevi questo nome, perchè in futuro se ne sentirà parlare molto. Di sicuro, se ne sente parlare tantissimo adesso, grazie alla sua travolgente interpretazione e al coraggio nell’accettare a 19 anni, al proprio esordio cinematografico, di girare determinate scene (insieme all’altrettanto brave e coraggiosa Lea Seydoux). Non fatevi però impressionare: l’opera di Kechiche non è un film softcore, ne tantomeno “solo” un film sull’omosessualità. Ovviamente c’è tanto, molto di più.
Il film di Kechiche prende giustamente alla lettera il suo titolo, e quello a cui assistiamo sullo schermo è un autentico romanzo di formazione (l’aggancio delle prime scene in cui si parla del romanzo francese La Vita di Marianna è molto più di una semplice citazione) sulla vita di una giovane donna presa negli anni cruciali, nella sua fase più delicata e importante, più vulcanica e sottoposta a movimenti tellurici, l’adolescenza appunto, spaziando con la trama in un periodo di un paio di anni che la portano dall’essere una ragazza a una donna, dal vivere con i genitori a vivere da sola, dall’essere una studentessa al diventare insegnante in un asilo. La protagonista si forma sotto i nostri occhi, Kechiche la plasma continuamente dal primo all’ultimo secondo. Quello del regista tunisino è praticamente uno studio psicologico: tutto passa attraverso il punto di vista di Adele, più che vedere noi viviamo realmente le sue sensazioni, le sue emozioni, i suoi stati d’animo, i suoi errori e i suoi cambiamenti, quindi anche la sua felicità e il suo dolore. Kechiche ovviamente non trasmette queste emozioni solo con la testa, ma anche e soprattutto attraverso il corpo di Adele, visto in tutta la sua interezza e naturalezza, osservato, accompagnato, spiato persino quando dorme, sempre nei momenti più intimi e personali. Adele E’ il film, e si potrebbe quasi dire che Kechiche si sia davvero innamorato della sua creatura e del’attrice che la interpreta: Adele è presente in OGNI scena, quasi in ogni fotogramma, continuamente ripresa in primo piano, talvolta in primissimo piano, con dettagli quasi morbosi sul viso, le labbra, il naso, quei capelli continuamente disordinati. E dimentichiamoci i canoni cinematografici classici della costruzione di un protagonista, quelli per cui il personaggio deve essere simpatetico o perlomeno empatico: Kechiche li rifiuta, li rigetta, quasi se ne frega, e fa passare Adele anche in mezzo ad errori sinceri e banali, momenti strani e quasi selvaggi. Adele davanti ai nostri occhi ama e soffre, prova gioia e dolore, piange e sorride, che poi abbia ragione o sia simpatica in quel che fa non è assolutamente importante. Adele non è perfetta, è un normalissimo essere umano, e questo è quanto basta.
Come detto in apertura, un ruolo così in un film simile necessita di una forte interpretazione. Ebbene, qui c’è molto di più. La giovanissima Adèle Exarchopoulos (e vedendola capiamo benissimo perchè il regista non abbia mai voluto distogliere l’obiettivo della telecamera dal suo volto e corpo) è oltre la rivelazione, oltre la sorpresa, oltre l’applauso, oltre la grande performance. Non ci sono parole per descriverla, basta vederla e capire la quantità di emozioni e sensazioni che riesce a sprigionare, tra pianti strazianti e cambiamenti d’espressione che racchiudono il mondo. Troppo poco però finora abbiamo parlato di Lea Seydoux. Anche lei merita la medesima ribalta della collega, anche lei comunica quelle emozioni e quel dolore più squisitamente umano, e per questo universale. La sua recitazione naturalmente, per il ruolo diverso, è più sicura, più ferma, più carismatica, e la Seydoux è perfetta in ogni sfumatura, ormai arrivata ad un punto in cui è pienamente consapevole del proprio talento.
Certo, del film si parla, si è già parlato e si parlerà ancora tantissimo per le scene di sesso. Esplicite, molto esplicite. Lunghe, davvero lunghe. Sicuramente importanti e significative ma forse, e questo è il punto, non così necessarie nella loro lunghezza. E non si tratta di banale perbenismo o ipocrisia, quanto di capirne il significato nel film. Soprattutto la prima scena di sesso tra le due, lunghissima, risulta quasi fuori luogo per come è “costruita”, considerando che in quel momento Adele è nella fase della scoperta; ecco, in quella scena non c’è scoperta, non c’è dolcezza, non c’è timore, ma subito sesso selvaggio, non troppo credibile. E le 3 ore nette di durata, considerando che molti momenti sono ripetuti, e altri sembrano addirittura inutili, fanno capire in maniera lapalissiana che Kechiche si è fatto prendere un po’ la mano nella sua esplorazione. Ma le controversie, le polemiche, le lungaggini fanno tutte parte di un pacchetto che si prende e si accetta: ormai sono pochi i film che riescono a trasmettere vere emozioni, e La Vita di Adele le fa addirittura vivere. Di sicuro non è poca cosa.



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